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10/02/10

III festa finanziamento Suole di vento

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CATEGORIE: appuntamenti

09/02/10

La fine del calcio: un'antologia

Calcio_grandeDuemiladieci anno di mondiali di calcio, quella manifestazione sportiva che ogni quattro anni maledetti coinvolge, volenti o nolenti, gli abitanti di questo pianeta al di là dell'evento mediatico e delle passioni calcistiche. Duemiladieci anno che verrà intasato, inesorabilmente da qui a giugno, da moltissime pubblicazioni, più o meno serie, sul calcio e intorno a questo. Delle iniziative serie fa parte la nuova antologia “Best off” di Minimum fax curata da Alessandro Leogrande (non nuovo a questo tipo di antologie come Il pallone è tondo uscito per l'Ancora del Mediterraneo nel 2005). Si chiama Ogni maledetta domenica, sottotitolo Otto storie di calcio, ed è un libro che, nonostante la diversità delle voci, dei punti di vista e, soprattutto, delle fedi calcistiche degli autori delle storie, lascia intravedere una sottotraccia comune, un quesito condiviso: fare i conti con la fine del calcio, come raccontarla e raccontare le sue conseguenze. Nella prefazione Leogrande tenta una definizione di questo “mistero agonistico” proprio attraverso l'analisi delle sue mutazioni, della sua sfaccettature tra scandalo e epica e dei suoi paradossi (il Paradosso di Messi), individuando, ispirato dalle intuizioni del manager del Liverpool Rafa Benitez e dall'Al Pacino del film che dà il titolo al libro, la no-fiction come obbligatorio metodo di narrazione di questo sport. Alla presentazione “controcampesca” ieri a Roma al Circolo degli Artisti, dopo la visione del big match serale di campionato Fiorentina-Roma, una partita paradigmatica sull'imprevidibilità di questo sport, sono intervenuti cinque degli autori: Carlo Carabba, Andrea Cisi, Francesco Pacifico, Tommaso Giagni e Luca Mastrantonio. Assenti Scacchi, Capraro e Giacopini. Carabba, autore del racconto Da quando Baggio non gioca più, ha accennato la sua teoria del secolo breve del calcio dal 1930, anno della prima coppa del mondo, al 1992, ultima edizione della Coppa Campioni, poi diventata la ben più televisiva e spettacolare Champions League, descrivendo la sua condizione di patito recidivo del calcio (ma anche del wrestling, una ossessione del poeta romano), al di là degli “interessi economici che preordinano i risultati”, come quella di un “amante tradito che si scorda le infedeltà”. Lo scrittore Cisi, raccontando un pomeriggio allo stadio Zini di Cremona, ha avuto il pretesto di parlare della provincia e di descrivere il tessuto umano di una curva, quella dignità di una piccola squadra contro le potenze disgustose calcistico-economiche, l'idolatria per calciatori-bandiere della Cremonese, come Chiori, dimenticati dai più e offuscati dai ben più famosi Cabrini e Vialli. Lo scrittore Pacifico, autore di un ritratto del fenomeno Mario Balotelli in forma di visita guidata, ha esposto la sua teoria di auto-razzismo di un pubblico calcistico che odia il primo talento assoluto italiano di colore sia per il colore della pelle che per i suoi comportamenti antisportivi e, in definitiva, arcitaliani. Mastrantonio ha fatto i conti con la propria passione per il Milan, nata dopo un nebbioso incontro con Franco Baresi, e il tentativo di esorcizzare il “Berlusconi dentro di lui”, un conflitto irrisolvibile perché “nel bello non esiste moralità” (e per “bello” si intendono i soldi spesi dal presidente per comprare i campioni e aggiudicarsi le coppe internazionali). Infine Giagni ha riflettuto sull'assurdo omicidio del tifoso laziale Gabriele Sandri, divenuto un martire per molte tifoserie ultras, vicenda sintomatica sulla violenza della polizia e della mistificazione dei mezzi di comunicazione.

Ogni maledetta domenica – Otto storie di calcio, a cura di Alessandro Leogrande, Minimum fax (15 euro, 281 pagine)

CATEGORIE: Sport

03/02/10

Altai di Wu Ming: la solita avventurosa minestra

Altai
Pubblicato su Anonima Scrittori

Appartengo a quei molti lettori che si sono entusiasmati per Q (Einaudi, come i successivi, 1999) di Luther Blisset, ma appartengo anche a quei pochi lettori che sono rimasti delusi da 54 (2002) di Wu Ming. La delusione provocata dal secondo romanzo del famoso collettivo di scrittori bolognesi, collettivo che nel frattempo aveva cambiato nome e era passato a cinque membri, ha gettato un’ombra di attenzione critica anche sul primo romanzo, accantonando il precoce entusiasmo in favore di un più obbiettivo giudizio sulla qualità di quell’opera. Insomma si può cambiare idea e quella che mi sono fatto della scrittura dei Wu Ming è stata rafforzata dalle opere successive come Manituana (2007). Così il recente Altai, chiusura del cerchio partito da Q, mi dà anche lo stimolo per scrivere le mie critiche e le mie maggiori perplessità su una ricetta già assaggiata.

I Wu Ming tornano al Cinquecento, quindici anni dopo la fine della precedente vicenda, e mettono sul fuoco del loro giallo storico gli intrighi e i conflitti tra oriente e occidente, la rivalità di due città, due centri di potere, Venezia e Costantinopoli, e due battaglie storiche e significative per le ambizioni turche nel Mediterraneo, quella di Famagosta e quella di Lepanto. Punto di vista e narratore della vicenda è una spia, Emanuele de Zante poi Manuel Cardoso, prima al soldo dei veneziani e poi a quello del Sultano, una conversione che coincide con la scoperta delle sue origini ebraiche e con la conseguente adesione al progetto utopico e fallimentare di Giuseppe Nasi, consigliere ebreo del Sultano Selim II, di voler fondare la nuova Sion sull’isola di Cipro.
Senza aggiungere altro a una trama, ben più complicata e con legami a Q, va detto che la storia è avvincente e il thriller storico accattivante, anche se, nel finale, la successione degli eventi assomiglia troppo a un elenco sbrigativo. Questo non è l’unico limite di un’opera che fa largo uso di citazioni, di metafore banali e di tesi storiche-politiche un po’ scontate (come l’anti-macchiavellismo). La cosa che balza più agli occhi è il punto di vista adottato: la mia teoria è che i Wu Ming tentino di far calare completamente il lettore nella narrazione, una soggettiva alla Doom (un videogioco che introdusse la soggettiva per i giocatori) che coinvolge ma che è anche analitica e sempre distaccata. Lo sguardo di un testimone che abbia sempre un certo grado di coinvolgimento, ma anche di perfetta visione generale come nella descrizione di una città, Costantinopoli, durante un inseguimento (pag. 195). Anche i riferimenti al cibo, si mangia e beve di frequente, sono dei continui richiami sensoriali per il lettore che si deve immergere maggiormente nell’atmosfera. Questa tecnica ha, a mio parere, alcuni esiti che toccano il grottesco quando, a esempio, il lettore scopre, all’inizio (pag. 27), le origini ebraiche del protagonista quando questi abbassa gli occhi sul proprio pene privo di prepuzio. Ecco il protagonista, e anche gli altri personaggi, sembrano spesso privi di anima, dei vettori vuoti condannati a comportarsi in un certo modo e a vedere in uno definito e a volte troppo moderno. Un altro problema stilistico è il tentativo di restituire immagini liriche nelle descrizioni attraverso metafore banali e inefficaci, come avviene a pagina 69 nella descrizione di Salonicco: “La striscia variopinta delle case si ingrandì a ogni colpo di remo, fino a riempire gli occhi. La città era splendida come una sposa, distesa su alture verdi chiazzate di colori sgargianti, rosso, giallo, indaco, sotto un cielo che il vento di nordovest rendeva terso e blu profondo”: un brano incolore, povero e superficiale sia per gli aggettivi che per i participi e le variazioni. Ma c’è anche di peggio come le descrizioni di scene di sesso, una utile “prova del nove” per verificare le capacità descrittive di una scrittura, molto ispirate e, ancora una volta, involontariamente grottesche, in un romanzo, tra l’altro, in cui le donne sono sempre e solo subordinate agli uomini.
Altai è una grande caccia vana di un individuo che si trova a conoscere le due sponde opposte di un conflitto, che proprio da questi attraversamenti ambigui capisce meglio gli intrighi: sembra un The Bourne identity del sedicesimo secolo. Eppure la dualità del protagonista appare come una occasione sprecata perché non si capiscono le vere motivazioni, o meglio la conversione è troppo immediata e poco approfondita. Il protagonista di Altai è, in sostanza, un ubbidiente, il braccio destro di potenti che devono conseguire i loro piani, un mezzo del potere. Le sue scelte morali sono sempre dettate dall’ubbidienza al padrone e poco importa che la seconda causa sia più nobile e coincida con la personale riscoperta identitaria. In questo senso la morale del protagonista è più reazionaria di quanto si voglia far credere e di quanto si voglia nobilitare con la metafora del falco da caccia che dà il titolo al libro. Che sia cane o falco sempre di un servo si tratta.
CATEGORIE: recensioni

30/01/10

Tutto Salinger

Un sito con tutta l'opera di Salinger in lingua originale.

I coccodrilli di Cognetti e Bassi che insistono entrambi sulla bellezza di un racconto Per Esmé: con amore e squallore

CATEGORIE: links

28/01/10

In ricordo di Salinger

"Se sei un poeta, fai qualcosa di bello. Cioè, la gente s'aspetta che tu lasci qualcosa di bello quando finisci la pagina e così via. La gente di cui parli non ti lascia nulla, non una cosa sola che sia bella. Quelli che magari sono solo un tantino migliori non fanno altro che entrarti in testa e lasciartici dentro qualcosa. Ma solo perché lo fanno, solo perché sanno lasciare qualcosa, non è detto che debba essere una poesia, per amor del cielo. Può darsi che sia soltanto una specie di gocciolio sintattico terribilmente affascinante...scusa l'espressione"

Da Franny e Zooey di J.D. Salinger traduzione di R.C. Cerrone e R. Bianchi pp. 17-18

CATEGORIE: omaggi

26/01/10

Intervista a Gaia Manzini

Sul sito di Omero l'intervista a Gaia Manzini.
CATEGORIE: interviste

22/01/10

A.A.A.: Auguri Alberto Arbasino

Arbas Oggi Alberto Arbasino compie ottant'anni. L'ultimo dei grandi del Novecento: Gruppo 63, scrittore (Fratelli d'Italia e Super Eliogabalo) e saggista (Un paese senza). Espressionista, surrealista, raffinato e aristocratico attraverso la cultura. È stato un precursore, forse ideale, del nuovo uomo europeo culturale: quello che va a vedere una mostra a Parigi e il giorno dopo è in una libreria di Londra.

Per festeggiarlo ho riletto il suo libro più vintage e nostalgico, il suo primo Le piccole vacanze uscito da Garzanti nel 1957, una raccolta di racconti divertenti e ironici ambientati tra la fine della guerra e il dopoguerra: “Era solo a metà quella irripetibile estate che mi sembrava una dimensione del nostro spirito, una categoria privata e senza confini, come se non esistesse più per niente un futuro, e il passato era solo una musichetta orecchiabile, ma non mi toccava né mi riguardava più...(...)”. I primi amori, le prime ragazze, la nostalgia, appunto, l'infanzia e l'estate nel primo racconto dal titolo sabiano Distesa estate. Le prime vacanze del 1945 e le piccolezze di una borghesia piccola piccola che (meno male) non esiste più. La “cultura”, la mondanità borghese, la buona società in Luglio, Cannes. Oppure, in questa infanzia favolosa, una travolgente storia d'amore con una lolita genovese, l'iniziazione al sesso in I blue jeansnon si addicono al signor Pufrock, dove compare un bar anni cinquanta, luogo di aggregazione molto simile al modello “vitelloni”. L'ambiguità ironica poi dell'incontro tra vecchi e giovani, Giorgio contro Luciano, due punti di vista, oscillazione dell'amore omosessuale. E ancora l'inadeguatezza del dopoguerra, le tre realtà di Pavia-Milano-Roma, studi universitari fatti male in Povere mete.

Nel 2007 Le piccole vacanze sono state ripubblicate negli Adelphi con una nota finale di Arbasino che concludeva: “Ma se ora si ricorda che queste Piccole uscirono nel '57 a un mese da Pasticciaccio di Gadda, e nel '63 Fratelli d'Italia a un mese dalla Cognizione del dolore, si potrebbe magari dire “che stagioni”?

CATEGORIE: prima pagina

19/01/10

Il bit dell'avvenire

Cover Da una iniziativa di Anonima Scrittori è nata l'antologia di racconti Il bit dell'avvenire che si propone di indagare il rapporto tra nuove tecnologie e letteratura.Tra l'altro l'idea è venuta a un informatico: Davide Ferrari, della Delta Effe.

"L'antologia - promossa da Anonima Scrittori – è nata per solleticare la creatività e l’indole letteraria sull’influenza delle nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni. Social network, chat, cellulari, email, fino a una decina di anni fa la separazione tra il mondo privato e lavorativo era netta, oggi queste interconnessioni sono labili al punto da condizionare la quotidianità dell’intero mondo. Evento apocalittico o normale evoluzione? Cosa ne pensa la letteratura? Ci troviamo di fronte uno scenario nero, fatto di bit, o gli stessi bit sono invece portatori di cultura e innovazione, nello scrivere, nel vivere e nel pensare? La ricerca delle risposte alle innumerevoli domande all’interno di un libro collettivo, nato da un concorso, conterrà alcuni tra i migliori racconti inediti arrivati in redazione. Nell'antologia ci sono racconti anche di scrittori professionisti: Antonio Pennacchi (Mondadori - Laterza), Antonio Pascale (Einaudi), Lorenzo Pavolini (Fandango) e Giancarlo Baroni (MobyDick). Indice: Avanti veloce (simile all’oro) di Marco Berrettini Videotape da Carnate di Nicola Villa Bit generation di Giorgio Galetto Il giovane M di Lorenzo Pavolini Il bozzolo di Stefano Carbini Il telefonino di Antonio Pennacchi Il Padrù di Stefano Tevini Glaucone di Luca Baldini Love, Sex and I-phone di Camilla Cannarsa Savile Row (i Beatles nell’avvenire) di Stefano Cardinali Tom di Daniela Rindi I sassi, la vera storia dell’uomo che migliorò il mondo di Angelo Orlando Meloni L’attesa di Antonio Pascale Parigi, 1896 di Gabriele Santon Senza titolo di Vedrana Martinovic Errore irreversibile di sistema di Silvia Mericone Dillo alla luna di Fabio Brinchi Giusti Sex aplomb di Roberto Marinucci Imperfezioni di Gerardo Rizzo Blackout di Anna Profumo Perdere un treno di Andrea Bonvicini L’uomo interattivo di Vittorio Rainone"

Andrea Bonvicini

CATEGORIE: Libri

13/01/10

Bird vive! e la sua ombra pure!

8860441315 Dopo Al posto della libertà – Breve storia di John Coltrane (e/o 2005) e Re in fuga. La leggenda di Bobby Fisher (Mondadori 2008), Vittorio Giacopini torna al jazz con questo Ladro di suoni, che sembra una sintesi dei precedenti, costruito sulla figura, ambigua e nevrotica, di Dean Benedetti, jazzista dilettante di origine italiana degli anni trenta e quaranta diventato mitomane di Charlie Parker e suo ufficiale registratore pirata di assoli e concerti su nastri andati persi, anche nella leggenda, e poi ritrovati.    
Il tema del romanzo è riconducibile, a grandi linee, agli sporadici squarci che l'arte può aprire in una società massificata (non a caso Giacopini ha curato l'edizione italiana di Masscult e Midcult di Dwight Macdonald). Infatti riescono ancora a nascere delle figure mitiche, come Charlie Parker, nonostante viviamo in una società basata tutta su comunicazione e spettacolo e che produce dei sottoprodotti orribili. In questo creare miti la nostra società, la nostra cultura di massa più che la midcult, ha ancora una grande potenzialità. Il ladro di suoni è tutto una variazione sul tema del mito di Charlie Parker, l'uomo che suonava come un uccello, “Bird” appunto, un dio non solo alle orecchie del suo “fan numero uno” Benedetti, ma anche abbastanza auto-consapevole: “questa l'ho già suonata domani” (citazione di Charlie Parker che fa d'apertura al libro). Una vicenda artistica e umana, tragica e autodistruttiva, che si è conclusa nella miseria e povertà a soli 35 anni per colpa della droga, fenomeno storico e culturale legato al fattore razziale. Il jazz, come appare nel libro, è morto ed è un cimitero monumentale di esperienze troncate, occasioni mancate, percorsi ascetici e ordalici allo stesso tempo. Jazzisti come santi maledetti che vivono precoci martiri tra i quali Parker assume una figura quasi da profeta dell'avanguardia del bebop, come dice Giacopini, “l'unica avanguardia di tutto il Novecento che non sia finita per diventare la parodia di sé stessa”.
Ma Il ladro di suoni non è soltanto questo: è una riflessione sull'arte, sulla possibilità di fare arte in questo mondo e sulla sua esperienza di verticalità che sopravvive comunque; è un libro sul tema del doppio, l'ombra Dean Benedetti ma anche lo sdoppiamento della musica e dei trascendentali assoli di “Bird”, la loro riproducibilità tecnica, eterna sui nastri e i dischi; è un romanzo in cui gli individui vivono una profonda frattura con la Storia, non riescono a capire il tempo in cui vivono e non sono capiti o sono postumi a loro stessi; è una carrellata di scrittori americani del Novecento come Kerouak, Capote, Pynchon e soprattutto Ralph Ellison (di cui Einaudi ha ripubblicato quest'anno il suo primo e unico Uomo invisibile). “La storia la scrivono i distratti”, si dice a un certo punto, oppure la paranoia diventa, pynchonianamente, l'unica chiave di lettura per decifrare i fatti che circondano i personaggi di questo libro, hipster, hippy, hobo (vagabondi del Dharma) e jazzisti qualunque, dimenticati e inghiottiti dal turbine della Storia. Dean Benedetti è, in tutto questo, testimone in bilico tra realtà e leggenda, il vate sbagliato di una generazione di artisti che si è bruciata rapidamente, il sacerdote-custode di un mistero o di una rivelazione impossibile da comprendere, uno sconfitto in partenza che è condannato a “sognare di essere diverso da quello che è”, come diceva Kerouak. 

Giacopini ha scritto, come in Re in fuga, la mitica storia dello scacchista Bobby Fisher, un romanzo-vita nel quale si avverte una completa e ideale adesione alle esistenze raccontate. L'autore sembra calarsi nelle personalità con disinvoltura, arriva a conclusioni personali assolutamente plausibili e parla con una voce che spesso stride di disperazione. Il ladro di suoni vede anche un'accelerazione di pessimismo con i temi dell'autodistruzione tragica e volontaria, il senso della sconfitta e il rifiuto di un mondo che degenera con il progredire della Storia, la scelta del silenzio. Soprattutto il tema della non-esistenza e della non-esperienza sembrano centrali: in una delle rare confessioni di poetica alla sua ombra Benedetti, Charlie Parker fa combaciare esistenza e musica: “la musica non è tecnica è la vita. Se non vivi non hai niente da fare, o da suonare”. Il libro di Giacopini è fatto di tracce che vanno avanti e indietro, senza seguire una linea precisa, di uno stile incalzante, inoltre, che a volte disturba il lettore, di un genere eclettico che mette in crisi: né storia, né fiction, né epica, ma tutto insieme con riflessioni sull'arte e la politica. Una eccezione in un panorama narrativo italiano sempre più ammiccante e consolante verso il pubblico.

Il ladro di suoni di Vittorio Giacopini, Fandango 2009

CATEGORIE: recensioni

12/01/10

Recensione di Mazza Galanti su "I libri da leggere a vent'anni"

Ecco l'incipit della recensione di Carlo Mazza Galanti:

"Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questabibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto".

(Continua su minima et moralia)

CATEGORIE: Libri
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