Ogni maledetta domenica – Otto storie di calcio, a cura di Alessandro Leogrande, Minimum fax (15 euro, 281 pagine)
Pubblicato su Anonima Scrittori
Appartengo a quei molti lettori che si sono entusiasmati per Q (Einaudi, come i successivi, 1999) di Luther Blisset, ma appartengo anche a quei pochi lettori che sono rimasti delusi da 54 (2002) di Wu Ming. La delusione provocata dal secondo romanzo del famoso collettivo di scrittori bolognesi, collettivo che nel frattempo aveva cambiato nome e era passato a cinque membri, ha gettato un’ombra di attenzione critica anche sul primo romanzo, accantonando il precoce entusiasmo in favore di un più obbiettivo giudizio sulla qualità di quell’opera. Insomma si può cambiare idea e quella che mi sono fatto della scrittura dei Wu Ming è stata rafforzata dalle opere successive come Manituana (2007). Così il recente Altai, chiusura del cerchio partito da Q, mi dà anche lo stimolo per scrivere le mie critiche e le mie maggiori perplessità su una ricetta già assaggiata.
I Wu Ming tornano al Cinquecento, quindici anni dopo la fine della precedente vicenda, e mettono sul fuoco del loro giallo storico gli intrighi e i conflitti tra oriente e occidente, la rivalità di due città, due centri di potere, Venezia e Costantinopoli, e due battaglie storiche e significative per le ambizioni turche nel Mediterraneo, quella di Famagosta e quella di Lepanto. Punto di vista e narratore della vicenda è una spia, Emanuele de Zante poi Manuel Cardoso, prima al soldo dei veneziani e poi a quello del Sultano, una conversione che coincide con la scoperta delle sue origini ebraiche e con la conseguente adesione al progetto utopico e fallimentare di Giuseppe Nasi, consigliere ebreo del Sultano Selim II, di voler fondare la nuova Sion sull’isola di Cipro."Se sei un poeta, fai qualcosa di bello. Cioè, la gente s'aspetta che tu lasci qualcosa di bello quando finisci la pagina e così via. La gente di cui parli non ti lascia nulla, non una cosa sola che sia bella. Quelli che magari sono solo un tantino migliori non fanno altro che entrarti in testa e lasciartici dentro qualcosa. Ma solo perché lo fanno, solo perché sanno lasciare qualcosa, non è detto che debba essere una poesia, per amor del cielo. Può darsi che sia soltanto una specie di gocciolio sintattico terribilmente affascinante...scusa l'espressione"
Da Franny e Zooey di J.D. Salinger traduzione di R.C. Cerrone e R. Bianchi pp. 17-18
Oggi
Alberto Arbasino compie ottant'anni. L'ultimo dei grandi del
Novecento: Gruppo 63, scrittore (Fratelli d'Italia e
Super Eliogabalo) e
saggista (Un paese senza).
Espressionista, surrealista, raffinato e aristocratico attraverso la
cultura. È stato un precursore, forse ideale, del nuovo uomo europeo
culturale: quello che va a vedere una mostra a Parigi e il giorno
dopo è in una libreria di Londra.
Per festeggiarlo ho riletto il suo libro più vintage e nostalgico, il suo primo Le piccole vacanze uscito da Garzanti nel 1957, una raccolta di racconti divertenti e ironici ambientati tra la fine della guerra e il dopoguerra: “Era solo a metà quella irripetibile estate che mi sembrava una dimensione del nostro spirito, una categoria privata e senza confini, come se non esistesse più per niente un futuro, e il passato era solo una musichetta orecchiabile, ma non mi toccava né mi riguardava più...(...)”. I primi amori, le prime ragazze, la nostalgia, appunto, l'infanzia e l'estate nel primo racconto dal titolo sabiano Distesa estate. Le prime vacanze del 1945 e le piccolezze di una borghesia piccola piccola che (meno male) non esiste più. La “cultura”, la mondanità borghese, la buona società in Luglio, Cannes. Oppure, in questa infanzia favolosa, una travolgente storia d'amore con una lolita genovese, l'iniziazione al sesso in I blue jeansnon si addicono al signor Pufrock, dove compare un bar anni cinquanta, luogo di aggregazione molto simile al modello “vitelloni”. L'ambiguità ironica poi dell'incontro tra vecchi e giovani, Giorgio contro Luciano, due punti di vista, oscillazione dell'amore omosessuale. E ancora l'inadeguatezza del dopoguerra, le tre realtà di Pavia-Milano-Roma, studi universitari fatti male in Povere mete.
Nel 2007 Le piccole vacanze sono state ripubblicate negli Adelphi con una nota finale di Arbasino che concludeva: “Ma se ora si ricorda che queste Piccole uscirono nel '57 a un mese da Pasticciaccio di Gadda, e nel '63 Fratelli d'Italia a un mese dalla Cognizione del dolore, si potrebbe magari dire “che stagioni”?
Da una iniziativa di Anonima Scrittori è nata l'antologia di racconti Il bit dell'avvenire che si propone di indagare il rapporto tra nuove tecnologie e letteratura.Tra l'altro l'idea è venuta a un informatico: Davide Ferrari, della Delta Effe.
"L'antologia - promossa da Anonima Scrittori – è nata per solleticare la creatività e l’indole letteraria sull’influenza delle nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni. Social network, chat, cellulari, email, fino a una decina di anni fa la separazione tra il mondo privato e lavorativo era netta, oggi queste interconnessioni sono labili al punto da condizionare la quotidianità dell’intero mondo. Evento apocalittico o normale evoluzione? Cosa ne pensa la letteratura? Ci troviamo di fronte uno scenario nero, fatto di bit, o gli stessi bit sono invece portatori di cultura e innovazione, nello scrivere, nel vivere e nel pensare? La ricerca delle risposte alle innumerevoli domande all’interno di un libro collettivo, nato da un concorso, conterrà alcuni tra i migliori racconti inediti arrivati in redazione. Nell'antologia ci sono racconti anche di scrittori professionisti: Antonio Pennacchi (Mondadori - Laterza), Antonio Pascale (Einaudi), Lorenzo Pavolini (Fandango) e Giancarlo Baroni (MobyDick). Indice: Avanti veloce (simile all’oro) di Marco Berrettini Videotape da Carnate di Nicola Villa Bit generation di Giorgio Galetto Il giovane M di Lorenzo Pavolini Il bozzolo di Stefano Carbini Il telefonino di Antonio Pennacchi Il Padrù di Stefano Tevini Glaucone di Luca Baldini Love, Sex and I-phone di Camilla Cannarsa Savile Row (i Beatles nell’avvenire) di Stefano Cardinali Tom di Daniela Rindi I sassi, la vera storia dell’uomo che migliorò il mondo di Angelo Orlando Meloni L’attesa di Antonio Pascale Parigi, 1896 di Gabriele Santon Senza titolo di Vedrana Martinovic Errore irreversibile di sistema di Silvia Mericone Dillo alla luna di Fabio Brinchi Giusti Sex aplomb di Roberto Marinucci Imperfezioni di Gerardo Rizzo Blackout di Anna Profumo Perdere un treno di Andrea Bonvicini L’uomo interattivo di Vittorio Rainone"
Andrea Bonvicini
Giacopini ha scritto, come in Re in fuga, la mitica storia dello scacchista Bobby Fisher, un romanzo-vita nel quale si avverte una completa e ideale adesione alle esistenze raccontate. L'autore sembra calarsi nelle personalità con disinvoltura, arriva a conclusioni personali assolutamente plausibili e parla con una voce che spesso stride di disperazione. Il ladro di suoni vede anche un'accelerazione di pessimismo con i temi dell'autodistruzione tragica e volontaria, il senso della sconfitta e il rifiuto di un mondo che degenera con il progredire della Storia, la scelta del silenzio. Soprattutto il tema della non-esistenza e della non-esperienza sembrano centrali: in una delle rare confessioni di poetica alla sua ombra Benedetti, Charlie Parker fa combaciare esistenza e musica: “la musica non è tecnica è la vita. Se non vivi non hai niente da fare, o da suonare”. Il libro di Giacopini è fatto di tracce che vanno avanti e indietro, senza seguire una linea precisa, di uno stile incalzante, inoltre, che a volte disturba il lettore, di un genere eclettico che mette in crisi: né storia, né fiction, né epica, ma tutto insieme con riflessioni sull'arte e la politica. Una eccezione in un panorama narrativo italiano sempre più ammiccante e consolante verso il pubblico.
Il ladro di suoni di Vittorio Giacopini, Fandango 2009
Ecco l'incipit della recensione di Carlo Mazza Galanti:
"Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questabibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto".