Alla sua settima edizione il Festival di Fotografia di Roma
(dal 4 aprile al 25 maggio) , curato
e organizzato da Marco Delogu
è dislocato in tre musei della città oltre che in molte gallerie, librerie e spazi
privati: il Palazzo delle Esposizioni, il Museo di Roma in Trastevere e il
Macro all’ex-mattatoio di Testaccio. Dopo il successo dell’anno scorso, anche
quest’anno l’evento inaugurale è stata scandita dalle “Lezioni Romane”, delle
lectures dei fotografi stranieri e italiani che hanno presentato i loro lavori
o fatto delle lezioni su un fotografo per loro importante. A conclusione di
sabato 4 aprile, la giornata più fitta di conferenze e incontri, c’è stata la
lettura di Martin Parr, uno dei fotografi inglesi più importanti, tra l’altro
presidente di una commissione che ha premiato la migliore uscita editoriale di
fotografia in Italia. Si perché oltre a essere un famoso fotografo, Parr è
anche il massimo esperto di libri di fotografia possedendone una collezione di
oltre dieci mila. Martin Parr (www.martinparr.com) ha ripercorso tutta la sua
carriera partendo dal lavoro con cui si è laureato all’accademia di fotografia
in Inghilterra, “Home sweet home”, una ricostruzione di un salotto tipico
inglese con le fotografie kitsch stampate sui piatti o le foto dei matrimoni
posticce, fino agli ultimi lavori come “Benidorm”, una serie di stampe al laser
dai colori accesi che richiamano il linguaggio pubblicitario e le prime
cartoline. La caratteristica principale di Parr è quella di saper cogliere in
atteggiamenti ironici e grotteschi gli esseri umani. La sua classe preferita
sono i borghesi, la classe media, preferibilmente inglesi, perché, come ha
spiegato, “la fotografia si è spesso occupata degli estremi sociali come i
proletari o gli aristocratici, mai dei borghesi”. Questa tendenza è ravvisabile
già nei suoi primi lavori in bianco e nero come “Bad weather”, sul cattivo
tempo in Inghilterra, o come “A think of Britain” sui comportamenti inglesi e
il cibo, ma si è estremizzata con “The cost of living” un viaggio da Mosca a
Città del Capo, una sorta di studio sull’omologazione della classe media
mondiale. Da una parte l’ironia (e auto-ironia) di Parr si concentra sui luoghi
comuni, nel tentativo di demolirli, e così si spiegano i lavori sui suoi
connazionali oppure un reportage, “Mexico”, su quanto si sono americanizzati i
messicani, dall’altra è spietata con i comportamenti ravvisabili in tutti noi.
Ad esempio i lavori sui turisti, “Small world”, rivelano la stupidità e
l’inutilità del turismo di massa. Parr ha questa capacità di astrarsi e
riprendere, come se fosse dall’alto, queste masse di turismo in luoghi
bellissimi ma decontestualizzati e rinominati dai turisti stessi. Una foto di
Parr riprende, a esempio, i turisti che si fanno fotografare mentre mimano di
sostenere la torre di Pisa, oppure i particolari dei turisti, le loro naturali
estensioni fatte di macchine fotografiche, cartine, occhiali da sole,
cappelletti con la scritta del posto che stanno visitando, o ancora il
figurante vestito da centurione romano con il cellulare all’orecchio incastrato
sotto l’elmo. Le foto sull’Italia (sono tre i libri che Parr ha dedicato al
nostro paese) sono molto comiche e rivelano il nostro carattere casinista e
solare allo stesso tempo. Parr ha un’attenzione particolare per i dettagli.
Addirittura per rappresentare i cibi, gli oggetti, i prodotti in vendita
utilizza un ingranditore macro con un flash circolare, come quelli che la
polizia scientifica utilizza per le scene del crimine, quasi che Parr fosse un
investigatore del nostro presente e i nostri oggetti, le nostre cose fossero
degli indizi o, peggio, dei cadaveri. Il fotografo inglese non è neanche
estraneo alla foto di moda, anche se si veste, per sua stessa ammissione, in
modo orrendamente britannico: ha realizzato, infatti, diversi libri in forma di
riviste, sponsorizzati da Paul Smith, facendo vestire gente comune con vestiti
di alta moda. Oltre a essere un collezionista di libri, Parr è anche un
appassionato di oggetti kitsch che riguardano in modo tangente la fotografia.
Negli anni si è procurato migliaia di orologi con la foto di Saddam Hussein nel
quadrante. Oppure ha collezionato tutti i piatti con le stampe sul fondo da
Margareth Tacher alla principessa Diana. Un'altra sua opera è “Self-Potrait”,
una serie di autoritratti raccolti in tutte le parti del mondo dove si vive in
modo diverso il rapporto con la fotografia dalle foto-tessere ritoccate
digitalmente in Corea del Sud a quelle dipinte a mano a Cuba.
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