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Fanfole di Nicola Villa

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Sedici anni con le teste di radio

Radiohead3 Senza troppo esagerare i Radiohead sono il mio gruppo preferito. Senza esagerare perché non mi sento un fan sfegatato, non conosco a memoria le canzoni, confondo i brani tra loro e non so tutti i nomi dei componenti del gruppo. L’unico gesto di fanatismo l’ho fatto da adolescente, quando ho scritto col pennarello indelebile su una tapparella di casa le parole di una canzone che, forse, descrivevano bene il mio essere adolescente. Un modesto gesto di rivolta. I Radiohead sono il mio gruppo preferito perché ci sono cresciuto e mi hanno letteralmente accompagnato nella crescita. Se penso a un’origine, a un anno zero da cui partire, non posso che posizionarla 16 anni fa, quando avevo otto anni e incominciavo a rincoglionirmi davanti a Mtv (che non era ancora in italiano), i pomeriggi dopo scuola. Nel 1992, infatti, mentre si combatteva una guerra sanguinosa nei Balcani, a pochi chilometri da casa nostra, e il nostro esercito era coinvolto e non ne sapevamo niente, mentre apparivano i primi video musicali pieni di culi dei negroni hip-hop e le figlioccie di Madonna gracchiavano all’alba della loro carriera, spuntò Creep il singolo di un gruppo dell’Oxfordshire, il primo successo delle teste di radio, una canzone d’amore che nel ritornello diceva: “io sono un verme, che cazzo ci faccio qui”. E io mi sentivo proprio così, anche se ero ancora un bambino. Da allora posso sezionare la mia vita a seconda dell’uscita di un disco dei Radiohead: la colonna sonora delle inutili medie è stata quella del confuso The Bends; gli anni del liceo sono stati esaltati da Ok computer, il loro capolavoro; l’ansia e le aspettative per il nuovo millennio sono state accompagnate dalle sperimentazioni di Kid A; l’ingresso nel grigio mondo universitario è stato scandito dalle note di Amnesiac e Hail to the thief. In tutto sette dischi, sette ere della mia vita, sette scaglioni o sette passaggio. Dio non creò il mondo in sette giorni? Così quest’anno è la volta di In Rainbow di cui si è parlato troppo, ma non per la musica. Sì perché in questi sedici anni i Radiohead sono diventati sempre più popolari, conquistando sempre parti più consistente di pubblico. Le loro scelte commerciali si sono fatte sempre più azzardate: asta libera e digitale del loro ultimo disco, ritorno al vinile, abbandono della casa discografica e di tutti gli sponsor. Radiohead6 Ormai sono più che miliardari e possono fare veramente quello che vogliono: per ora si limitano influenzare migliaia di persone sull’ecologia e sul Tibet, come delle vere star hollywoodiane con il pollice verde e il pallino della spiritualità. Nonostante tutto e per la prima volta, sono andato a vederli dal vivo, in un concerto a Milano. Milano, una città che riesce a farsi odiare anche in pieno giugno, una “bottiglia di orzata”, come diceva giustamente De Andrè, dalla quale si vuole solo fuggire. Romantica sì, anche bella la città, ma attraversata da predatori contemporanei che corrono alla borsa, solcata da statuarie modelle di una bellezza inquietante e tempestata di volgarità in massa ovunque e sempre. Insomma Milano è la degna capitale morale di quella schifezza che è diventato il nostro paese. Da quando è uscito il primo disco dei Radiohead, Pablo honey, il mondo non ha fatto altro che peggiorare e anche il loro pubblico (e anch’io sono peggiorato). Sta di fatto che in due date milanesi a assistere al concerto c’erano ben 36mila persone, in uno stadio infangato dalla pioggia e fiumi di birra: c’erano tutti i presupposti woodstockiani ma, appunto, i tempi sono cambiati e il biglietto costava quasi 60 euro (non certo un prezzo popolare per chi è disposto a sporcarsi un po’). Concerto strepitoso, pubblico pessimo in estrema sintesi. I Radiohead erano ingabbiati tra dei tubi di neon che potevano assumere qualsiasi colore dell’arcobaleno. Alle spalle del palco venivano proiettate le immagini prese da angolazioni impossibili: alcune telecamere erano infatti montate sugli strumenti, sui microfoni o sul soffitto dell’impalcatura. Una scaletta di brani distesa sugli ultimi sei dischi, da un classico come Karma police a una estrema Bangers and Mash interpretata con quattro batterie di tamburi. Il frontman, Thom Yorke, ispiratissimo e scontroso ha condiviso con me il giudizio sul pubblico intimando, durante una canzone acustica alla chitarra, di andare a f*****o a uno spettatore esagitato in prima fila. Sorprendente infine per la sua poliedricità Jonny Greenwood, il chitarrista che spazia dal sintetizzatore al pianoforte e che ha suonato la chitarra con l’archetto del contrabbasso e la tastiera con il manico della chitarra: quasi un fenomeno da baraccone. Un concerto favoloso, insomma, che resterà nel ricordo di molti, si spera.

Radiohead4

Una volta ho letto su una rivista specializzata, all’uscita di un loro nuovo album, che la musica dei Radiohead è come un foglio che si piega su se stesso all’infinito. Se fosse davvero così, allora la vita sarebbe un labirinto in paragone: a ogni svolta ci si perde sempre di più, come a ogni disco.      



Foto di Alessandro Dubini