Fanfole - Fanfole

Fanfole di Nicola Villa

RSS Feed

Il primo romanzo di Luca Ricci

Luca Ricci, scrittore pisano nato nel 1974, ha pubblicato tre raccolte di racconti Duepigrecoerre d’amore (Addictions-Megenes Editoriale, 2000), Il piede nel letto (Alacràn, 2005) e L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2007). Quest’anno ha pubblicato un breve romanzo per Einaudi, La persecuzione del rigorista, una storia antireligiosa di corruzione e malvagità dell’Italia di oggi. L’ho incontrato a Roma nella libreria Esquilibri durante la lettura di alcuni suoi racconti inediti, prova generale del reading Nessuna Enfasi che porterà in giro nel prossimo autunno (prima tappa il 18 settembre, al Circolo dei Lettori di Torino). 

1) Prima il supporto: dopo tre raccolte di racconti sei passato al romanzo. Mi sembra che tu abbia mantenuto la stessa tensione dei racconti, ma è come se si aprissero, a lato e in parallelo alla vicenda principale, molte altre storie potenziali. Alla fine anche “La persecuzione del rigorista” è una raccolta di racconti. Condividi questa visione? E come hai vissuto questo passaggio?

Mi sembra un’osservazione plausibile, visto che le mie raccolte di racconti sono state definite, in mancanza di meglio, “romanzi per quadri”. La conduzione narrativa de La persecuzione del rigorista si basa su un aspetto fondamentale anche per il racconto, ovvero l’ellissi. E’ un romanzo fortemente simbolico, mi verrebbe da dire che è una parabola dei giorni nostri, perciò non ho avuto bisogno di stravolgere la mia scrittura, di farla diventare ampia, onnicomprensiva, famelica di tutta la realtà. 

2) I personaggi: oltre al protagonista negativo, il prete persecutore che è un predatore contemporaneo, non ci sono personaggi positivi nel tuo libro. Inoltre sono tutti privati di un’identità e di un nome, esclusi i potenti che hanno le iniziali, e come imprigionati nei loro ruoli sociali. A pagina 78 c’è una sentenza che non lascia scampo: “tutti nasciamo con una deviata aspirazione alla santità, con questo complesso del supereroe giusto e coraggioso, e pochi superano il trauma di scendere a patti. Maturare è accettare il compromesso”. Che cosa vuol dire scendere a patti? E come si collega all’etica dei tuoi personaggi?

Il discorso sarebbe anche fin troppo semplice. Si potrebbe liquidare con due paroline: società utilitaristica. In realtà, quello che mi preme dire riguarda la costruzione dei personaggi. Anche nei miei racconti, la narrazione non si risolve mai nei personaggi, o meglio, i personaggi non sono il fine dei miei libri. Presentare un personaggio memorabile, che impressioni il lettore, non m’interessa. A me interessa farlo riflettere, il lettore (al limite, farlo emozionare delle proprie riflessioni). Più che altro dei personaggi m’interessa la funzione simbolica e vettoriale.

3) L’ambiente: il libro è ambientato in un posto qualunque dell’Appenino che tu hai definito un “presepio negativo”. Eppure rinunci ai dettagli e sembra che la provincia sia in testa ai personaggi. Quanto influisce l’ambiente?

In questo caso l’ambiente ha dettato il tono della storia. E’ quello che c’è anche se non si vede, cioè non viene descritto. Mi vengono in mente le famose mutande d’epoca fatte indossare da Kubrick agli attori di Barry Lyndon: non si vedevano ma aiutavano gli attori a entrare nella parte. Comunque nel libro, più che l’ambiente, a mancare è una collocazione geografica precisa. Per giunta la toponomastica è verosimile ma inventata. Una parabola del resto non vuol raccontare i luoghi fisici.

4) Il quid: verso la fine del libro (a pagina 106) c’è la descrizione di quello che hai definito “un gesto aleatorio e gracile” che è il calcio di rigore, ma che diventa per il protagonista un simbolo trascendente che lo mette in crisi d’identità. Quali altri simboli gli hai attribuito?

Mi serviva un gesto gracile, meglio ancora fioco, che si accollasse tutto il bene del libro. Non saprei dire esattamente che cosa rappresenti il calcio di rigore. Di volta in volta ci vedo Dio, Purezza, Talento… La funzione simbolica è efficace se si stratifica. Mi piacciono simboli che somiglino a cipolle. Un elemento che simboleggi una cosa sola diventa prevedibile e, in qualche modo, noioso. Noioso per la capacità di stimolare una riflessione nel lettore.

5) Le influenze: hanno paragonato il tuo libro a “Sotto il sole di Satana” di Bernanos e a “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo. Con quest’ultimo condividi anche l’ambientazione. Che ne dici?

Il mio prete è in tutto e per tutto il rovescio dei preti di Bernanos. A Silvio D’Arzo, da scrittore di racconti, ho sempre invidiato Casa d’altri. Aveva ragione Montale a definirlo un racconto perfetto. Stilisticamente poi è inarrivabile, al limite della prosa poetica senza essere mai stucchevole. Davvero non si può andare oltre… Il mio prete e quello darziano hanno in comune una caratteristica essenziale: il ghigno diabolico. L’ironia viene contrapposta alla sete di verità, ridere vuol dire arrendersi all’imperfezione del mondo. No n è casuale che in gioventù il prete di D’Arzo venga chiamato Doctor Ironicus. 

6) In conclusione: “La persecuzione del rigorista” è ritratto attuale del nostro paese, soprattutto se si pensa al grado di corruzione non solo morale alla quale tutti i tuoi personaggi sono disposti. Perché siamo arrivati a questo punto?

Di sociologia non ne voglio fare. Però mi sembra un libro anche molto italiano, e non solo perché parla delle nostre religioni preferite, cioè cattolicesimo e pallone. A un certo punto del racconto spunta fuori il cubo di Rubik. Si tenta invano di completare tre facce del cubo. I colori di quelle facce sono il verde, il bianco e il rosso…