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Fanfole di Nicola Villa

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Il Tour de France come epopea[1]

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La fiamma rossa è un triangolo isoscele rovesciato di colore rosso che indica l’ultimo chilometro in una tappa del Tour de France. È il segnale, per i corridori, che bisogna accendersi per raggiungere la vittoria e superare il traguardo per primi. È il simbolo, per i tifosi, che accende le passioni e i sogni. La fiamma rossa è anche il titolo della raccolta degli articoli[2] più significativi che Gianni Mura[3] ha scritto al Tour dal 1967 al 1972 per la Gazzetta dello Sport e dal 1991 al 2005 per Repubblica. Il sottotilo, Strade e storie dei miei Tour, dice poco di quanto è stato raccolto in 460 pagine. In queste Mura non racconta solo la gloria, l’epica e la decadenza del ciclismo del passato e degli ultimi vent’anni, ma anche quelle del cronista sportivo come accenna nella prefazione: “tutti quelli al seguito della corsa erano definiti suivers. Ma il termine andrebbe cambiato: noi non seguiamo più la corsa, la precediamo”. C’è qualcosa di mitico e di eroico anche nel lavoro di chi raccontava il Tour a cavallo delle moto Guzzi o dentro un macchinone da cui sporgersi per parlare coi ciclisti, di chi era costretto a cercare nei paesetti sperduti della Francia un telefono per dettare le battute del suo pezzo alle stenografe del giornale per cui lavorava. Mura ci racconta di un tempo in cui i ciclisti parlavano molto con i giornalisti prima e dopo la gara (anche adesso sono più loquaci dei calciatori che a confronto sembrano dei cyborg) negli alberghi, nelle vasche da bagno o al ristorante, davanti a una omelette. Del resto lo diceva anche Barthes (vedi la nota 1) che il vero spazio epico non è il campo di battaglia, la strada, ma la tenda, la stanza d’albergo di quarta categoria dal quale l’eroe fa proclami e minaccia attacchi alla maglia gialla il giorno dopo. Quel tempo è finito con l’arrivo della televisione che, più che in altri sport, ha ucciso l’immaginazione e la fantasia e reso tutto superficiale e ha ridimensionato le imprese degli scalatori sopra i 1500 metri o le fughe di 100 chilometri. Il ciclismo è rimasto per molti anni lo sport più proletario con il calcio e il pugilato: dare calci, prendere a pugni e pedalare per scappare dalla povertà. La bicicletta è stato, inoltre, uno dei primi mezzi di trasporto popolare, uno strumento di lavoro e una possibilità di fuga proprio da una condizione di miseria. Oggi quel mondo è scomparso: la ricerca di prestazioni sempre maggiori e l’ aumento del giro di soldi hanno fatto imboccare la strada del doping al ciclismo (anche ai livelli dilettantistici). Negli articoli di Mura sono raccontati tutti questi mutamenti con sguardo lucido e con una capacità di racconto straordinaria. Il libro è diviso in quattro parti – Gli anni lontani, Gli anni di Indurain, Gli anni di Pantani e Gli anni di Armstrong – e all’inizio di ogni edizione della Grand Boucle[4] c’è una cartina della Francia che restituisce anche la geografia, i posti e i percorsi. Mura riesce in questo cocktail particolare nei suoi articoli (soprattutto dopo il 1991 quando era l’unico inviato di Repubblica) di cronaca della tappa, intervista ai campioni, dettagli eno-gastronomici locali, aneddoti dal passato, citazioni dai poeti e di canzoni francesi e italiani[5]. Il grande merito di Mura è stato anche quello di aver fatto parlare i corridori e, fra tutti, Pantani che si aggira nei suoi articoli come unico eroe[6] degno di questo nome e come fantasma dopo la sua morte. Gli articoli su Pantani sono i più belli non solo perché contribuiscono alla costruzione del mito, ma anche perché descrivono tutta la sua sofferenza e fragilità, la sua indiretta poeticità. Quando gli chiede perché corra così forte in salita, Pantani risponde: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia”.


[1] Il titolo di quest’articolo è ricopiato dal capitolo dedicato da Roland Bathes al ciclismo in Miti d’oggi (Einaudi, 1974). Il brano di Barthes è imprescindibile per capire cosa sia il ciclismo e perché sia un mito totale di oggi.

[2] Curata da Simone Barillari per minimum fax.

[3] Erede di Gianni Brera, di cui ha curato una antologia di articoli per il Saggiatore nel 1994, Mura è l’attuale migliore giornalista sportivo in Italia.

[4] Così viene anche chiamato il Tour de France: il grande ricciolo, perché è quello che disegna sulla carta della Francia.

[5] Mura ha confidato nella quarta di copertina di aver sempre sognato di diventare un cantautore. Bellissima la sua descrizione di Armstrong (citando De Andrè) che “ha gli occhi grigi come la strada”.

[6] Non va dimenticato che Pantani è l’ultimo italiano a aver vinto il Tour nel 1998 (l’anno dei Mondiali di calcio in Francia e della Francia).