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Fanfole di Nicola Villa

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Il deludente ritorno di mister Hefner

Rp522bettiepageinthesandposters Per ironia della sorte, nella stessa settimana del ritorno di “Playboy” in Italia è morta Bettie Page, forse la più famosa pin-up della storia, una delle prime a incarnare l’ideale fetish con la frusta, il reggi calze e i capelli lisci neri, che aveva occupato con il suo corpo scandaloso diverse copertine del mensile erotico negli Usa degli anni ’60. Rievocare quell’epoca adesso, dà il senso degli anni luce che ci separano da quelle trasformazioni sociali e culturali alle quali la rivista fondata da Hugh Hefner ha contribuito. Si perché “Playboy” ha avuto un ruolo nel movimento di liberazione sessuale in America, insieme a altre riviste anche più hard (come “Penthouse”) che fecero nascere dei veri e propri casi politici nazionali. Oltre a pubblicare le foto di donne nude, “Playboy” era all’avanguardia per quanto riguarda la grafica editoriale e divenne, negli anni ’70, un luogo di approfondimento per merito di due grandi giornalisti come Alex Haley e Alvin Toffler che fecero molte interviste da Malcom X a Nabokov, passando addirittura per Salvador Dalì e Cassius Clay. “Playboy” ha ospitato anche numerosi racconti di Stephen King e di Kurt Vonnegut, nonché alcune delle inchieste più interessanti dalle zone di guerra del mondo. Tutta questa ricchezza non ha niente a vedere con il nuovo e povero “Playboy” italiano uscito in questi giorni in edicola. Il mensile, che ha in copertina gli occhioni di Caterina Murino, ha poche pagine di approfondimento e, soprattutto, di basso profilo: un pezzo poco originale sull’avventurosa e pericolosa vita di Roberto Saviano; la storia dell’ex-pugile Silvano Usini ritornato a fare il meccanico (forse le pagine migliori); un’analisi dei pericoli erotici che dovrà affrontare il sexy presidente Obama; un’intervista a Jovanotti, una a Daniel Craig alias James bond e un’altra al nuovo campione della moto Simoncelli. Per il resto “Playboy” non si distingue da nessuna rivista di consumo che invita al consumo sfrenato, per di più sfiorando il luogo comune delle sole cose che piacciono agli uomini: belle macchine, belle moto, al massimo un bell’orologio.

Anche sulla sua specificità, cioè le foto di modelle e attrici nude, “Playboy” non spicca il volo rivelando una visione della sessualità ferma agli anni ’80. La bellezza dirompente di Caterina Murino, la cover girl del primo numero, è ritratta solamente dietro le luci e le ombre di alcune persiane avvolgibili per dare l’idea di un’intimità da camera da letto di mattina: una fantasia trita e ritrita e un potenziale sprecato. E questo della Murino è il reportage fotografico migliore. Le pagine centrali sono occupate dalla prima playmate italiana, tal Sarah Nile, una procace belga-partenopea bionda fotografata tra le lenzuola di un letto, i cuscini di un divano e le scale di un raffinato appartamento milanese: in linea di massima un servizio che sarebbe potuto essere stato fatto trent’anni fa. Anche il paginone centrale estraibile non svela sorprese, come la scheda di presentazione dei dati anagrafici della Nile, le sue misure, i suoi hobby e le frasi da lasciare alla Storia che rivelano la consueta profondità delle modelle: “sono la prima playmate italiana e sono emozionata”. Oltre a questi due servizi c’è qualche tetta rifatta, qualche corpo statuario illuminato dal sole della California e nulla più. Tutto poco stimolante, poco shockante, poco erotico…soprattutto. Il problema è che nella rivista sono molto più spinte e attraenti le pubblicità degli yogurt Müller o della Martini che sembrano giocare molto più sul sesso. Il mondo, quello plasmato dal mercato occidentale, è diventato molto più softporno di “Playboy” stesso. Le playmate, letteralmente “compagne di giochi”, avevano in origine questo ruolo di stuzzicare la fantasia e erano personaggi non asservite al potere maschile, ma anzi modelli anche di contestazione dell’immagine che una società imponeva a una donna. Ora invece, queste nuove modelle, sembrano solo citazioni di citazioni e nulla più, icone di una sessualità passata e provocatrici di un desiderio morto.

Nell’editoriale il patron Hugh Hefner insiste sugli slogan che da cinquant’anni accompagnano il magazine e che risuonano come antichi motti di splendore: intrattenimento, sofisticatezza e successo. Alla luce di tutto questo e dopo ha rivoluzionato il mondo dell’editoria e ha cambiato la società, sembra che “Playboy” non abbia più nulla da dire.