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Fanfole di Nicola Villa

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Intervista a Alessandro Leogrande

Pomodori01g Nell'estate del 2005, nel cuore del Tavoliere pugliese, un blitz della polizia ha rinvenuto un vero e proprio campo di lavoro dove erano costretti in schiavitù un centinaio di lavoratori stagionali impegnati nella raccolta del pomodoro. La scoperta che, ancora dopo il 2000, esistono zone di schiavitù e di caporalato è al centro di questa inchiesta del tarantino Alessandro Leogrande, vicedirettore de "Lo straniero" e già autore di alcuni libri di vario interesse dalla politica allo sport (Nel paese dei vicerè e Il pallone è tondo). Uomini e caporali, sottotitolo "Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud", (Mondadori, 252 pagine per 16 euro e 50 centesimi) segue la storia dei lavoratori polacchi schiavizzati in Puglia da un caporalato nuovo e spietato che si rivolge sempre più all'est-Europa dopo l'apertura delle frontiere. Leogrande, esperto di immigrazione, ha strutturato la sua inchiesta seguendo diverse piani narrativi, partendo dalle stragi del "biennio rosso" per arrivare al nostro complesso presente.

 

 

In Italia esiste ancora la schiavitù. Questa è la verità sconvolgente del tuo libro. In un mondo sempre più globalizzato sembra che la storia faccia dei passi indietro. Alla presentazione romana del tuo libro si è parlato di questo carattere della modernità (o della post-modernità) che si serve di elementi storici del passato che sembravano superati, come i pirati nel golfo di Aden o le badanti a tempo pieno o proprio la questione del caporalato nelle campagne.

Si può fare un discorso su due livelli. Il primo concreto sul caporalato che si pensava non tanto scomparso con la modernità, quanto con l’evoluzione tecnologica delle campagne dei primi anni sessanta dopo il boom. Allora c’era ancora il problema di cosa fare di enorme masse di contadini più numerose del lavoro disponibile. La soluzione sociale, senza una vera riforma agraria, è stata l’emigrazione verso nord e lo spopolamento delle campagne. In qualche modo si pensava che questa decongestione avrebbe fatto scomparire il fenomeno del caporalato, ma la drammatica realtà di fatto ha dimostrato che non è così. Il secondo livello riguarda una modernità dialettica che unisce un’economia mondiale al peggio del passato per fini produttivi.

 

Grazie alle ricerche ti sei fatto un’idea di che cos’è il caporalato oggi e come è cambiato?

Il caporalato è come se fosse una medaglia a due facce: da una parte esiste ancora il caporalato classico soprattutto per la frutta pregiata (si pensi alle donne che raccolgono le fragole) nel quale il caporale è quasi un mediatore e molti lavoratori riescono a guadagnare decentemente; dall’altra esistono lavori pesanti di produzione di massa di alcuni prodotti come il pomodoro, del quale il raccolto è veramente massacrante. Questo secondo tipo di caporalato ha incrementato lo schiavismo. Il libro prova a spiegare quale percezione ha il bracciante migrante del suo lavoro, del campo. A un livello più generale la riduzione in schiavitù si estende a un ambito lavorativo. E non è solo un discorso che riguarda i laboratori della Cina dove i bambini cuciono i palloni della Nike, cioè una schiavitù esterna all’Occidente, ma comincia a essere anche interna all’Occidente stesso. Se si spulciano le carte della Direzione distrettuale antimafia, si può verificare un’estensione dei reati legati alla schiavitù come dei processi. Ovviamente da un punto di vista processuale la maggioranza dei casi riguarda la prostituzione che vede sul banco degli imputati sia mafie italiane che straniere, ma iniziano ad esserci delle inchieste sul mondo del lavoro come “Terra promessa”, di cui parlo nel libro, o come “Nuova era” che ha portato all’arresto di una ventina di cinesi che si scambiavano tra loro addirittura interi gruppi di connazionali in schiavitù. Più che mafie in quanto tali sono dei network criminali mobili e non radicati nel territorio, che si inseriscono negli interstizi dell’economia globale. Un altro punto non trascurabile è che le prime vittime di questo nuovo tipo di criminalità organizzata sono stranieri. A volte sono vittime di loro connazionali, e questo ci deve far riflettere: all’interno delle comunità che si ricreano esistono delle differenze sostanzialmente di classe, con enormi forme di sfruttamento inimmaginabili fino a poco tempo fa.

 

Come ha scritto Laffi, sullo “Straniero” n. 104 parlando del tuo libro, la tua inchiesta funziona come esempio di storia economica. La tua attenzione rimane sempre sugli sfruttati e i loro sfruttatori senza cercare scorciatoie come quella del consumo: in effetti il pomodoro è un’istituzione nazionale che riguarda tutti i consumatori. Oltre a questo Uomini e caporali è anche un testo di storia recente del nostro paese e, in particolare, attraverso la tua storia famigliare parli del “biennio rosso” pugliese e contadino del quale si erano perse le tracce. Come hai pensato la struttura del tuo ?

Credo che il libro più che un saggio sia una no-fiction novel, nel senso meno inventivo del termine. È un reportage letterario alla Capote nella sua struttura e nella ricerca stilistica per aggiunta e sottrazione. Detto questo non dici nulla perché un contenitore dove può starci di tutto. Secondo me l’oggetto narrato orienta il modo in cui scrivi. Il rapporto tra presente e passato è costruito in modo narrativo, ma mi sembra che sia auto-evidente che ci sia una continuità tra gli schiavi di ieri e quelli di oggi. Per quanto riguarda il presente la realtà è più romanzesca del romanzo: esistono dei personaggi estremi che sembrano inventati come i caporali stessi, il pentito o il console. Per il passato la vicenda è familiare, e quindi il rapporto con essa non poteva che essere biografico, ma anche qui non c’è nulla di forzato: non avrei potuto raccontarla in maniera diversa. In sostanza penso che quando fai un libro del genere la ricerca è molto più lunga della scrittura e bisogna iniziare a scrivere quando hai un quadro in testa del funzionamento della faccenda. Nella fase d’inchiesta di fronte a una realtà complessa hai bisogno di un strategia di raccolta che sia complessa, di una commistione di approcci che si traduca in una commistione di generi: il giornalismo, l’economia, la sociologia, la storia non bastano da soli e tutti uniti insieme non bastano se non ci aggiungi la messa in discussione dell’io e una certa psicologia delle persone di cui parli. A un certo punto ti rendi conto che i singoli fatti vengono agiti e subiti da uomini influenzati da macrostrutture che si riproducono, ma anche per dettaglio del caso, della loro psicologia. Hai bisogno di quel qualcosa in più per descrivere tutto ciò e quel qualcosa che alcuni definiscono come “letteratura”.

 

Ho visto su youtube il tuo intervento a “Anno zero” nel quale dici al leghista Cota che loro, governo e Lega, hanno una miopia totale nel varare il decreto sicurezza contro gli immigrati, perché non si accorgono del processo di integrazione culturale che andrebbe fatto e sta già avvenendo. Mi è venuta in mente la favoletta che si studiava a scuola neanche dieci anni fa nelle ore di geografia: l’Italia è un paese fermo di 50 milioni di abitanti con le nascite pari alle morti. Adesso siamo arrivati in pochissimo tempo a 60 milioni di abitanti grazie agli immigrati e la base lavorativa del paese sembra retta da loro. Queste tendenze razziste del governo, che rispecchiano la paura delle società di fronte alle sue trasformazioni, non sono un po’ un colpo di coda contro l’inevitabile, una lotta contro i mulini a vento?

Credo di si: la Lega dà voce alla pancia, ai comportamenti più retrivi del paese, però la realtà va molto più avanti di quanto si pensi. E questo discorso non riguarda solo la destra becera, ma gli stessi osservatori di sinistra. Ad esempio nel campo del lavoro in Italia ci sono molti lavoratori dell’est-Europa, che sono comunitari e sui quali non vale il ricatto leghista. Siamo di fronte a una immigrazione, o emigrazione da parte loro, di gente che fa avanti e indietro, che non ha un progetto migratorio di trasferimento definitivo, ma si muove solo per lavoro. Questa mobilità migrante è un fatto che pone molti problemi come le norme Bolkestein. Un’altra questione è legata al problema della clandestinità: è chiaro che è assolutamente ideologico dire che tutti i clandestini sono dei criminali. È chiaro che non è così, anche se è difficile analizzare il fenomeno, i clandestini non sono tutti spacciatori e magnaccia ma la stragrande maggioranza dei clandestini sono braccianti, operai nell’edilizia, badanti, eccetera. Questi lavoratori sono la base di un sistema produttivo che è uscito fuori dai gangheri e va reintegrato e l’unico modo per farlo è attraverso una sanatoria che gli dia dei diritti: permesso di soggiorno per tutti insomma. Non è vero che la sanatoria attirerebbe maggiori flussi migratori, ma è esattamente il contrario: sanando la base produttiva si stabilizzerebbe il sistema. Se invece, come sta facendo il governo, si criminalizzano i clandestini e vengono espulsi, si creeranno eserciti su eserciti di manodopera di riserva non sanando il sistema produttivo.

 

Parliamo del famigerato “Pacchetto sicurezza” del governo che tocca molti degli argomenti che tu tratti nel libro.

Ho potuto fare questo libro perché ci sono stati dei polacchi che hanno denunciato la loro condizione di schiavitù, in quanto sono diventati comunitari e sono usciti dalla condizione di clandestinità. Per un clandestino è impossibile denunciare il proprio sfruttatore perché si autodenuncerebbe rischiando il cpt o peggio l’espulsione. E la destra non sa dare risposta a questo problema, non lo capisce. Ho letto con attenzione il “Pacchetto sicurezza” e ho notato che oltre alla gabella sul permesso di soggiorno (salita a 200 euro), c’è un forte inasprimento delle pene che vanno a colpire i clandestini o clandestinizzano gli attuali regolari, perché sono più difficili le operazioni di rinnovo del permesso di soggiorno. Inoltre c’è una fortissima criminalizzazione per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che arriva fino a 15 anni di reclusione che non riguarda solo gli scafisti ma potrebbe toccare chiunque aiuti una persona in difficoltà. È lo stesso paradosso che invita alla delazione i medici: i medici non sono obbligati a denunciare i pazienti irregolari, ma possono e con queste pene sono ricattati e spaventati anche di perdere il lavoro (basti pensare a quanti precari ci sono nella sanità pubblica). Nel “Pacchetto sicurezza” c’è tutta questa criminalizzazione, ma non c’è neanche una misura contro gli sfruttatori e il lavoro nero: o meglio non c'è nessun inasprimento delle blande multe esistenti contro le imprese che sfruttano i clandestini. La destra è talmente ideologica nel colpire i clandestini che non ha fatto passare la legge sul caporalato che inizialmente c’era, ma che è stata tolta per non dare fastidio alle imprese. Spesso mi dicono che questa storia del caporalato, nonostante sia drammatica e terribile, è molto minoritaria e non ci riguarda. Ma in realtà questo problema riguarda molti settori del lavoro come l’edilizia: abbiamo un intero sistema produttivo retto da non-italiani con delle situazioni estreme di schiavitù. Questo è un problema di sistema più che culturale e politico. Le misure del governo sono assolutamente irrazionali per questo e anche le sue giustificazioni. Come diceva Lerner qualche giorno fa su “Repubblica”, è vero che nel resto d’Europa esistono delle leggi molto dure contro l’immigrazione clandestina, ma vanno di pari passo con una forte integrazione e una decisa legalizzazione di chi emigra per lavorare. È come se il governo avesse preso tutte le peggiori leggi europee sulla repressione decontestualizzandole da un processo più ampio che in Italia non esiste.

 

Quale sono le prospettive della situazione anche pensando alla crisi economica?

Si sta allargando la fetta dei penultimi e si rischia di dimenticare gli ultimi. La cassa integrazione per lavori che fino a qualche anno fa sembravano sicuri, la crisi del mercato dell’auto e di altre industrie, il non rinnovo dei contratti precari sono elementi che stanno andando incontro a una prospettiva di contrazione del reale. Una crisi globale e complessa, in due parole. Nella crisi per tutti, allora chi starà peggio saranno quelli che stanno peggio adesso, cioè gli immigrati. La destra è irrazionale sia ideologicamente che economicamente. Questo acuirsi di leggi contro gli stranieri quando non producono povertà, producono un sistema di apatheid perché le espulsioni necessitano delle spese che non possono essere sostenute, perché servirebbero nove volte i cpt che ci sono adesso. Il paradosso è che l’85% dei clandestini non verranno espulsi o incarcerati nei cpt, ma continueranno a vivere in Italia in condizioni sempre peggiori. E stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone. La mia previsione è che per la stagione agricola del 2009 ci sarà un aumento della schiavitù e del caporalato, mentre nel 2007-2008 si è visto un aumento dell’affitto di macchinari agricoli, che significava un indebolimento dello sfruttamento del lavoro manuale. Non a caso ci saranno meno controlli: il governo mentre ha mandato i soldati nelle città, ha tagliato i soldi all’ispettorato del lavoro.     

 

Per concludere sul libro, è molto bella e drammatica la parte in cui testimoni i morti ignoti e gli scomparsi sul Tavoliere pugliese in circostanze dubbie.

Ho avuto sin da subito chiaro che non era una questione di sfruttamento e basta, ma qualcosa di peggiore: ci sono dei morti ignoti e degli scomparsi avvolti da una nube invalicabile. C’è una vera e propria falla di morti sconosciuti e non spiegabili, e anche le statistiche sono difficili. Uno dei pochi dati certi è di 118 scomparsi polacchi di cui solo il 20% nella sola provincia di Foggia (grazie al lavoro di indagine di un giornale polacco). La cosa impressionante che, dopo anni di ricerca e inchieste, questo muro di gomma resta intatto e ancora se ne sa pochissimo. Mi hanno contattato, ad esempio, dei ragazzi che hanno fondato un’associazione che prende il nome da un giovane albanese morto 7 anni fa ucciso dai caporali. Questi fatti non filtrano mai, non vengono mai citati e restano molto frastagliati in ambito processuale.