Di Fofi sono usciti in questi giorni tre libri: la vecchia inchiesta sulla Immigrazione meridionale a Torino, ripubblicata da Aragno, un libro famoso per i dibattiti che creò all'interno dell'Einaudi all'epoca e per il rifiuto alla pubblicazione, L'avventurosa storia del cinema italiano pubblicato dalla Cineteca nazionale di Bologna e una breve intervista sulle minoranze a cura di Oreste Pivetta per Laterza. Quest'ultimo,La vocazione minoritaria, è quello che più facilmente introduce al pensiero di Fofi e continua, idealmente, il pensiero teorico iniziato in Da pochi a pochi (eleuthera), un libro meno conosciuto di qualche anno fa. L'intervista cerca di sviscerare il tema della minoranza etica, cercando anche una soluzione tra analisi, esempi e storie, ma si può leggere anche come proprio un libro di Storia del Novecento italiano, nonché come un'analisi sociologica del nostro disastrato presente. L'esperienza di Fofi all'interno delle minoranze che ha vissuto, ha fatto crescere e ha messo in contatto tra di loro, la sua stessa visione del mondo e visione politica, deriva da una pratica prima pedagogica, poi culturale e ancora d'impegno politico. Insomma il lavoro di tutte le riviste che Goffredo ha fatto negli anni sono l'esempio di questo agire etico e di questo impegno unico nel nostro paese. Fofi non è un intellettuale, non è un politico, né un maestro, né un santo, anche se si è battuto e si batte per i più deboli e sfruttati, ma è un connettore di esperienze e persone, la personificazione della teoria dei “sei gradi di separazione”, come diceva nella sua bellissima biografia Le nozze coi fichi secchi (L'ancora del Mediterraneo). Un altro aspetto che mi ha colpito e che mi sembra sul quale insiste molto è quello della vergogna come “molla” dell'azione e della strutturazione di ciò che è bene e male. Mi vergogno di me, mi vergogno del mio popolo, mi vergogno dei miei simili quindi agisco. La vergogna contrapposta all'indignazione, quella dei tanti indignati di professione che Fofi “bastona” di solito.
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