Dall'Indice dei Libri del mese una recensione di
Simona Vinci,
Nel Bianco,
Rizzoli 2009 (pp. 232, € 16,50)
Dopo
Rovina (Edizioni
Ambiente 2007) e Strada provinciale tre (Einaudi
2007), due romanzi-inchiesta sul degrado dell'inquinamento e i danni
della speculazione edilizia lungo il paesaggio emiliano, Simona Vinci
(nata a Milano nel 1970) prosegue con coerenza con il suo nuovo
libro, Nel bianco per
Rizzoli, la strada di quella che si potrebbe definire una critica
radicale del progresso.
In questa nuova prova letteraria Vinci sente e segue il richiamo delle terre estreme del nord e raggiunge, via Islanda, un piccolo villaggio tra le montagne della Groenlandia orientale, Tasiilaq, nel quale trascorre due settimane in compagnia di poco meno di duemila anime quasi tutte inuit, uno dei popoli esquimesi. Nel bianco non è solo un diario di viaggio, corredato di molte foto in bianco e nero, che si confronta con tutta la letteratura e l'avventura che riguarda il Polo Nord (molto utile la bibliografia finale nella quale si trovano i viaggi degli esploratori), ma è anche un indagine sull'altro, i nativi inuit, e quindi un indagine che si capovolge su se stessi, sulla nostra civiltà. La solitudine che la scrittrice cerca e trova in quel mondo incontaminato di ghiaccio e neve è quella che la porta a un viaggio interno di crescita, che le permette di cambiare la visione su molte cose. Paradossalmente si cerca il diverso per conoscere i propri simili, si ricerca la solitudine per poi capire, dal grado zero esistenziale, che sta ancora a cuore il destino dell'umanità e la sua convivialità. Gli inuit, i nativi della Groenlandia, sono un popolo completamente sradicato la cui sorte è simile ma meno conosciuta e più recente di quella occorsa ai nativi nordamericani. L'arrivo e le conquiste della modernità hanno comportato per gli inuit solo un alcolismo latente, un aumento esponenziale dei suicidi, sopratutto tra i giovanissimi, e in generale la perdita delle consuete tradizioni e dei poveri ma sufficienti mezzi di sussistenza e sopravvivenza. Una esistenza fatta solo del poco indispensabile è stata scalzata da quella occidentale dominata dall'inutilità dei consumi. Il modello occidentale non si limita all'annullamento culturale, ma persegue la trasformazione irreversibile del paesaggio e della natura: lo scioglimento dei ghiacci è una conseguenza del riscaldamento globale dovuto all'inquinamento che ha dirette conseguenze sullo stile di vita degli abitanti del polo e dell'intero pianeta. Quello che traspare da queste pagine, sopratutto quelle più apocalittiche, è che la nostra civiltà non ha alcuna speranza di progettazione e di immaginazione del futuro perché lo ha compromesso. Vinci mette a confronto, infatti, il collasso e il fallimento dell'aggressiva civiltà d'espansione vikinga, che cercò invano, intorno all'anno mille, di colonizzare l'“isola verde”, la più grande del pianeta che unisce l'Artico all'oceano Atlantico, la Groenlandia appunto, al collasso imminente del nostro stile di vita anti-ecologista e basato sullo spreco delle risorse, senza ipotesi di rinnovo, e il consumo del superfluo. Il pessimismo della scrittrice è di due nature: anti-positivista, contro il progresso e l'agire dell'uomo, e cosmico, fermamente convinto del caos che domina la natura e delle sue conseguenze. Nel bianco arriva a queste conclusioni molto radicali dopo un viaggio e un confronto interno, duro e doloroso, ma è anche un viaggio nel viaggio: un viaggio letterario che ha bene a mente anche le fascinazioni e i motivi del passato per il tema del nord, che è quello del rifiuto della società e dei suoi valori. Il titolo e la copertina con la balena bianca alludono a Moby dick di Melville, citato per la teoria del bianco come colore supremo della paura, ma ci sono molti richiami al Walden di Thoreau, per le riflessioni sulla vita in condizioni limite di sopravvivenza, e a Zanna bianca di London, soprattutto per le escursioni in slitta trainata dai cani. Tra queste evocazioni Vinci inserisce anche un elemento di originalità e riflessione: al termine del viaggio, che coincide con la crescita e con la perdita di qualsiasi speranza nell'avvenire, si arriva a una nuova affezione per il genere umano e una nuova fiducia nella scrittura non salvifica, ma vista come “un ponte lanciato al di là dell'abisso”.
L'esordio di Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente (Einaudi 1997), fu un caso letterario che seppe intercettare le tendenze narrative splatter di allora, la “voga cannibale”, e seppe provocare il pubblico su un tema scandaloso e limite come i bambini e la pornografia. Ad esempio, e per dare un'idea delle reazioni che provocò, “L'indice” (numero 11) chiese addirittura l'intervento della psicoanalista Simona Argentieri per recensirlo. Da allora e negli ultimi anni, Vinci, forse la nostra migliore e più prolifica giovane scrittrice, si è distanziata molto da quelle facili tendenze e ha intrapreso una strada autonoma, coerente e molto più interessante. Inoltre per caso e per fortuna Nel bianco è uscito in libreria con un altro reportage molto simile di Daniele Del Giudice, dal Polo Sud però, intitolato Orizzonte mobile (Einaudi 2009) e, nonostante il blasone del secondo, il confronto fa protendere nettamente per la nostra Vinci.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
giovanni choukhadarian 19/lug/2009 18:26:04
Scrivi un commento