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Fanfole di Nicola Villa

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Pezzi di Tirature – seconda parte

1. Scuola e lavoro

L'inizio del decennio letterario italiano sembra segnato dal superamento d'importanza dello spazio rispetto al tempo. Lo testimonia la sezione monografica di Tirature '01 intitolata “L'Italia d'oggi. I luoghi raccontati” che comprende gli interventi di Mario Barenghi sullo spazio domestico e quello di Bruno Pischedda sulla vitalità dei luoghi di ritrovo raccontati nei romanzi. In coerenza con la tradizione, la narrativa italiana predilige moltissimo la scuola e pochissimo il lavoro come luoghi destinati a ospitare le storie, ambienti socio-culturali che influenzano i personaggi e gli intreccii. Mentre la scuola è stata ed è luogo di unificazione nazionale, il tema del lavoro è stato abbastanza bistrattato e ha visto in passato misurarsi, sopratutto sui temi della fabbrica e della campagna, scrittori come Paolo Volponiii, Vincenzo Consolo, Ottiero Ottieri, Goffredo Parise, Lucio Mastronardi e i movimentisti (Di Ciaula, Guerrazzi e Balestrini). Uno dei pochi autori che ha affrontato, anche per rimandi autobiografici, il lavoro è stato lo scrittore Antonio Pennacchi, autore di uno dei migliori romanzi di formazione degli ultimi anni, Il fasciocomunista (2003), su Latina nell'Agro Pontino e sugli ultimi, cupi anni settanta. Mammuth (1994), Palude (1995) di Pennacchi ci restituiscono un mondo scomparso, per colpa della precarietà e della globalizzazione, al di là del fascino e della nostalgia derivati dall'“operaismo” grazie a un'ironia distaccata. Non è un caso che Pennacchi sia tornato a parlare di fabbrica nel 2007 con Shaw 150, una raccolta di racconti che girano tutti intorno alla vita dei lavoratori, delle macchine e delle lotte sindacali. Turchettaiii porta come esempio della trasformazione del lavoro il piccolo caso editoriale Volevo solo dormirle addosso di Massimo Lolli (1998), la storia di un “tagliatore di teste” aziendale nell'epoca delle multinazionali e degli ambienti di lavoro ipercontrollati. In generale, se si escludono le voghe passeggere legate alle avventure del precariato, la letteratura ha sempre dimostrato una grande impreparazione di fronte al cambiamento dell'istituto del lavoro, che è la stessa difficoltà a capire come è fatta la nostra società e della sua auto-rappresentazione. Per quanto riguarda la scuola, Turchetta parla invece di “un mainstream post-tondelliano”iv tirando dentro alcuni di quegli autori cresciuti negli anni ottanta e esponenti di una generazione di transito e cita come esempi Il compleanno dell'iguana di Silvia Ballestra (1991), Jack frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi (1994) e Due di due di Andrea De Carlo (1989), tutti romanzi che rimandano più alle sottoculture e alla ribellioni giovanili che alla scuola, gli ultimi due connessi e entrati nell'immaginario comune. Altri autori hanno fatto della scuola il luogo prediletto, sfruttando non poco lo spazio della formazione e della crescita, dei conflitti e dei traumi che in essa si producono: Starnone, Onofri, Piccolo, Ammaniti e Mastrocola, per ricordare solo alcuni nomi. Il merito di Turchetta è quello di vedere un progressivo spostamento dell'interesse per il periodo scolastico narrato, dalle elementari ai licei, dovuto, in parte, all'aumento di lettori in quella fascia di età e in parte all'incremento di importanza del liceo nella formazione dei giovani adulti, gli adolescenti diventati una vera classe sociale di cui è difficile stabilire i confini sempre più estesi. L'università è un ambiente pressoché assente nella narrativa e non è un caso se i pochi libri sull'università parlino inevitabilmente della sua degenerazionev.


iQuesto il tema dell'intervento di Gianni Turchetta in Tir. '01

iiL'ultimo romanzo intitolato Le mosche del capitale, sulla fine della realtà industriale (1989)

iiiSempre in Tir. 01

ivCome sopra.

vScuola di nudo di Walter Siti (1994) e Apocalisse da camera di Andrea Piva (2006)