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Fanfole di Nicola Villa

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Pezzi di Tirature – terza parte

2. Napoli unica metropoli

In questi dieci anni di monitorizzazione del mondo editoriale italiano, il lavoro di Tirature si è spesso concentrato sui luoghi, come si è visto sopra, riuscendo a decifrare il cambiamento dell'Italia da “paese dei paesi” a paese “delle cento città”. Eppure negli anni non si è assistito solo all'uscita dell'universo agreste e paesano dalla letteratura, ma anche quello della provincia e delle città, forse tra le più provinciali d'Europa. Giovanna Rosai ha analizzato il fenomeno Napoli, la costituzione cioè dell'unica città letteraria alla quale sono dedicati ogni anno diversi titoli contro quelli sempre più scarsi delle altre. Se, infatti, gli ultimi ritratti di Torino, Bologna, Venezia e Genova sono dovuti rispettivamente a Tutti giù per terra di Culicchia (1994), Jack frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi (1994), Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa (1996) e Regina disadorna di Maurizio Maggiani (1998), Napoli continua a essere pretesto e motivo di scrittura intorno a essa e continua a sfornare scrittori sempre nuovi. Il segreto potrebbe risiedere nella caratteristica unica della città napoletana che confonde, nella sua urbanistica anche mentale, centro e periferia, nell'essere, in poche parole, l'unica metropoli italiana nella quale si vivono conflitti globali. Non è un caso che la Camorra, come raccontato da Roberto Saviano nel 2006 con Gomorra, si sia mutata in questi anni da mafia locale a globale, rispecchiando la natura contraddittoria della città. “Possiamo anche partire da lontano, magari da un paese fantastico dell'America Latina, ma l'arrivo è sempre lì, nel più bel golfo della penisola” dice Rosaii cogliendo la natura di una delle migliori scrittrici napoletane di questi anni come Fabrizia Ramondino che, nonostante la sua vocazione di viaggiatrice e cittadina del mondo, ritorna nei suoi libri da Star di casa (1991) ai racconti di Calore (2004) all'oggetto privilegiato della sua scrittura – Napoli – creando tra sé e il proprio tema la necessaria distanza mediante “l'uso esplicito di una cultura tedesca che si pone in contrasto dialettico rispetto a un oggetto”iii. Un'altra autrice interessante del panorama partenopeo è Elena Ferrante che con L'amore molesto (1992) e I giorni dell'abbandono (2002), quest'ultimo giocato sul contrasto tra Torino e Napoli, è riuscita a “evitare le note fasulle del folclore populista o del bozzettismo coloristico” per mettere in luce “le contraddizioni laceranti di uno sviluppo malgovernato, sempre in bilico fra ansie di regressione nostalgica e fughe verso una modernità equivoca”iv. Un'altra autrice che ha saputo rinnovare la narrazione della città è stata, con il suo stile minimalista e tragico allo stesso tempo, Valeria Parrellav. A queste voci si aggiungono quelle tutte particolari e originali di Maurizio Braucci in Il mare guasto (1999), sul sottoproletariato del quartiere Montesanto, oppure di Antonio Pascale in La città distratta (2001), sulle mutazioni antropologiche di Caserta, o ancora di Ermanno Rea in La dismissione (2002), un “Bildungsroman industriale” sullo smantellamento di Bagnoli, e, più di recente, di Massimiliano Virgilio in Più male che altro (2008), sulla allucinante borghesia partenopea.


iTir. '01 e Tir. '03

iiTir. '03 pag. 37

iiiCome sopra ma a pag. 39

ivCome sopra.

vMosca più balena (2003), Per grazia ricevuta (2005) e Lo spazio bianco (2008).