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Fanfole di Nicola Villa

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Erano tante Rome

Roma

Nell'ultima sua raccolta di poesie Franco Buffoni si confronta con Pasolini sia per il tema, la città di Roma come luogo testuale eterno e attuale, sia per il senso di spaesamento di “un longobardo assente”, come si intitola l'ultima sezione del libro, che ha scelto di trasferirsi per scoprire la capitale spinto da un “fascino ripulsa”, scelta esistenziale simile anche a quella di Penna: “Sono ormai un vecchio longobardo assente / ad ogni festa tribale, / per ogni ora che batte ho già dato, / per ogni meridiana che le ganasce contro il sole stinge”. Roma è divisa in undici sezioni, compiute e autonome, con delle note finali che spiegano la genesi dell'opera. Il confronto con il Pasolini de Il pianto della scavatrice si concretizza in una prima parte che sembra sintetizzare l'epica sportiva, il calcio, e l'omosessualità, la rivendicazione dell'amore omosessuale, ma tutte le poesie sembrano subire questa tensione tra passato e presente, attualità e origine, fondazione e nascita, grandi temi declinati in un linguaggio e un verso accessibile. Non è un caso che Buffoni abbia inserito la sua composizione di esordio in poesia, pubblicata con titolo diverso da Giovanni Raboni su “Paragone” 346 del dicembre 1978, in un'ottica di analisi a ritroso, di archeologia personale: “Ma il tuo eroismo muore / se consegnato al silenzio / o ancora respirerà / perché c'è stato?”. Gli squarci che Buffoni costruisce con un verso sciolto e libero raccontano una città classica e piemontese, cattolica e islamizzata dalla recente immigrazione, sfruttatrice di lavoro e consumista, “disorganizzata pulsa Roma anonima”, tra il vecchio opus alexandrinum delle rovine e quello nuovo degli abusi edilizi “di un odierno / evasore totale”. Nella Città Eterna ci sono tante città, “erano tante Rome” come si intitola una sezione, che dialogano tra loro perché Roma è anche un cronotopo: la lotta partigiana, con una cruda poesia sulle Fosse Ardeatine ma anche su via Rasella, si mescola con le battaglie per difendere la Repubblica Romana del 1849, il settecento e il sogno ossessivo di una Grecia “troppo lontana”. La riflessione poetica è consegnata ad alcune riflessioni sulla pittura Caravaggio, innanzi tutto, ma la pittura è presente anche con un ambiguo Pinturicchio e con un crocifisso di Van Eyck, nonché gli acquarelli di Werner . Ci si immedesima con alcune figure che hanno attraversato la città e si sono scontrate col suo potere e la sua morale: Leopardi che si ritrova in una “Roma desertica” dove le sue Operette morali sono dispiaciute ai preti, o Keats che arrivando a Roma con i suoi orizzonti “che provengono / da altri orizzonti più remoti” vede un cardinale che uccide degli usignoli a colpi di fucile, o ancora Galileo che scopre i satelliti di Giove dal colle del Gianicolo. Una città inospitale, oggi e ieri, soprattutto verso gli stranieri clandestini, sfruttati in nero nella campagna che circonda la città, come si ribadisce nel confronto con lo sterminio dei fregellani nel 125 a.C. in seguito alla rivolta per la richiesta della cittadinanza romana: “Come Cartagine / donde venite voi / scavatori clandestini / qui ad alternare Literno-pomodori. / Non fu per diritto negato di cittadinanza / che i fregellani insorsero / e Roma vendicò l'insulto? / Il permesso di soggiorno domandate, / e scavate, scavate”. Il merito di Buffoni sta anche nel mescolare alto e basso, cronaca e storia, così come nell'ultima, struggente poesia, Patto di Varsavia, dedicata a un delitto passionale tra due omossessuali, un fatto di cronaca innalzato che chiude l'ultima sezione in cui il poeta di Gallarate dice di aver tentato “di mentire il meno possibile” su se stesso: “Voglio una lapide in via Mammuccari / al Tiburtino III / a ridosso della Palmiro Togliatti. / Una lapide al “Migliore” con un verso da Casarsa. / C'era Tiziano Ferro nel cd”.