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Fanfole di Nicola Villa

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Jack Wright e Alter@

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Domani all'Angelo Mai ci sarà un concerto con Jack Wright, guru della musica contemporanea, con Tilli, Venitucci, Spera, Bellatalla, De Fabritiis, e Mario Gabola e Maurizio Argenziano, alias A_spirale, che da oggi organizzano, tra Napoli e Avellino, Alter@, rassegna di pratiche non convenzionali….

Di seguito l'intervista che Simone Caputo ha fatto a Mario Gabola, l'aprile scorso, e pubblicata sul numero 2 di “Suole di vento”



Incontro con Mario Gabola

Alter@! – Avellino, Aprile 2009

Alter@!, 4 week-end di pratiche non convenzionali, si è svolta ad Avellino, nell’Aprile scorso. Musicisti e visual artist, italiani e sranieri, provenienti dalla scena della musica sperimentale, improvvisata, free-jazz, elettroacustica, hanno condiviso un piccolo palco, passioni e provenienze diverse, innesti video, est/etica del mutamento, ecologia della musica, comune desiderio del non farsi fagocitare. HYPH, Etre, Sec, soundbarrier, Ferc, Sanfilippo, Pagano, Eisu, Weltraum, Razoj, Lendormin, Fune, Kyklops, Franck Vigroux, Sec, Spera, Bellatalla, A_spirale (in tutte le loro forme): questi i nomi. Chiarire i perchè di Alter@! è estremamente difficile; hanno scritto gli organizzatori: è come ricordare la prima volta in cui si è stati presi dall‘impulso sessuale verso l’altro! Ne abbiamo parlato con Mario Gabola, fiati negli A_spirale, organizzatore di Alter@! e promotore di cortocircuiti musicali in diversi luoghi della Campania.


La nascita di Altera@!

Altera nasce nell’Aprile del 2008 da una fortunata coincidenza: la venuta in Campania, nelle stesse settimane, di Jealousy Party e Anatrofobia. In quell’occasione, con alcuni appassionati di musica, jazz, improvvisata, power-noise, ragazzi e adulti, musicisti e non, si pensò di organizzare intorno alla cosa una serie di concerti. E decidemmo di organizzarli ad Avellino, dove avevamo avuto modo in precedenza di dialogare con chi gestiva il Blackhouseblues, il locale scelto per i concerti, e di mettere in relazione musicisti con appassionati del luogo. All’inizio la consapevolezza del gestore del Blackhouse e di quelli che ci davano una mano rispetto a quello che si stava andando a fare non era certo piena; era più la curiosità a spingere il tutto, come la fiducia nei confronti del nostro percorso musicale. Così nacque la prima edizione di Alter@!, che grazie anche ai concerti di Jealousy Party e Anatrofobia, che da tempo portano avanti con coraggio e perizia un discorso di ricerca nell’ambito dell’improvvisazione non certo scontato e facile in Italia, andò davvero bene, oltre lo scetticismo di molti.


Perché Avellino, perché un locale, perché quattro week-end in un mese.

Nessuno si aspettava che un certo tipo di musica, come quella improvvisata, di ricerca, anche estrema, potesse stare in un contesto come quello di Avellino. In moltissimi ci chiedevano – e continuano a chiederci – perché Avellino, perché un locale e non un altro luogo, perché non Napoli? Quasi fosse impensabile proporre free-jazz in un luogo non solo della musica; quasi la musica improvvisata non potesse uscire dalle sale dell’accademia. Noi, al contrario, il problema non lo vedevamo, tale era la voglia di portare la musica, la nostra musica fuori dalle solite sale. La scelta non fu dunque casuale: nacque dalla convi nzione che quel luogo e quel territorio, coi quali si era in relazione, si era dialogato, potevano felicemente incontrarsi con le musiche di Alter@.! E così fu – ricordo tra tutti il bellissimo concerto dei Jealousy Party, la carica di Mat Pogo, e la corale partecipazione del pubblico – e così è stato anche quest’anno. Caratteristica particolare del primo Alter@!, era quella di svilupparsi nel corso di un intero mese. Quattro week-end, per circa otto appuntamenti. L’idea era quella di andare oltre l’estemporaneità, la politica dell’evento, creando un percorso, una serie di concerti, concentrati in un arco di tempo ampio, appunto un mese. E la risposta del pubblico c’è stata: l’intuizione per cui avevamo intravisto in Avellino un possibile luogo di scambio e di fermento per della musica altra si è rivelata azzeccata, così come l’idea che un programmazione più ampia e lunga potesse favorire il passaparola e la partecipazione anche di quanti venivano dal resto della Campania.


La musica come pratica.

Quello che abbiamo potuto verificare con Alter@! è che lì dove si lavora sulla musica come pratica del singolo e d’insieme, sulla musica che va oltre l’accademismo tecnico e cieco, certi percorsi e incontri sono possibili. Se Alter@! ha avuto una seconda edizione ad Avellino, e altre ne avrà, è perché probabilmente sono in molti ad Avellino quelli che da anni, in maniera più o meno consapevole, lavorano nella direzione della musica come pratica. E penso ad esempio – ben sapendo che il discorso potrebbe sembrare insensato – alla musica popolare. Ad Avellino e nella sua provincia la tradizione è così viva e trasversalmente vissuta che lo stesso termine tradizione è sbagliato. La musica popolare non si è fortunatamente trasformata in semplice tradizione spenta o folklore per turisti, ma è rimasta viva, musica dello stare insieme. La tradizione musicale popolare avellinese si regge non sulla forma o sul mercato, ma sull’ascolto, sul fare la musica in contesti che vanno ben oltre le occasioni ufficiali; e, dunque, su occasioni spesso casuali o conviviali, in cui le pratiche dell’improvvisazione, dell’interscambio prendono spesso il sopravvento e sono di tutti, aldilà di età e generazioni: un esempio noto, il Carnevale di Montemarano. Ciò può in parte spiegare la propensione di un territorio allo slegarsi da un determinato modo di pensare la musica per compartimenti stagno; può in parte rispondere alla domanda con la quale ci si chiede se certa musica può essere di tutti e per tutti, e quando ciò possa accadere. Il riferimento alla tradizione popolare è solo un esempio; quel che è importante sottolineare è un atteggiamento, un contesto, un vissuto, una certa ingenua e spontanea curiosità, una pratica che hanno certamente aiutato Alter@!. Proprio quel che forse manca a una città come Napoli: e perché il contesto è certamente più dispersivo, e perché la presenza di associazioni forti tende a far passare certe attività piuttosto che altre, e perché la politica degli eventi la fa da padrona. Ecco la risposta, in sintesi, alla domanda: perché non a Napoli, ma ad Avellino?


Aprile 2009

Il primo Alter@! ha permesso alle realtà che lavoravano in Campania di stabilire rapporti con realtà esterne. Già Alter@! nasceva in concomitanza con il formarsi del Collettivo Tempia (Roma 2008), da cui una rete di rapporti istauratisi e nati anche in seguito al continuo spostarsi in giro per concerti; quindi la messa a disposizione di un luogo fisico in cui incontrarsi per un mese, scambiandosi esperienze umane, musicali, teoriche, ha fatto il resto. Sono nati un gran numero di rapporti con musicisti, appassionati, critici: Lendormin, Taxonomy, Roberto Fega, Sands-zine. Se il primo Alter@ è stato un invitare, un accogliere, per mettersi in ascolto e relazione, il secondo è stato la naturale evoluzione del processo iniziato l'anno prima. Le dimensioni dello scambio, del dialogo musicale sul palco, sono cresciute, così come la consapevolezza stessa di quello che si andava facendo. E' bene chiarire quanto la dimensione organizzativa di questi concerti sia estremamente piccola: i week-end si fondano sull'idea di ospitalità e accoglienza, più che su un’effettiva organizzazione da festival, da evento. Perché l'evento non ci interessa. Alter@! è nato e sta crescendo senza alcun supporto statale o politico. Lo sviluppo si potrebbe definire endogeno. La spontaneità è il dato, quanto all'organizzazione, che più traspare; ciò non toglie che alle spalle ci sia stato un gran lavoro e l'aiuto di tanti. Mi sembra di poter definire Alter@! una realtà indipendente, ma nel senso vero del termine, no in quello abusato a torto. Il lavoro di scambio, di idee, di palco, di musiche che con A_spirale, e i suoi progetti più o meno vicini, abbiamo portato avanti per più di anno, e che ci ha portato a incontrare moltissimi nomi che si muovono in Italia negli ambiti della musica improvvisata, free-jazz, power-noise, ha fatto si che Alter@! abbia compiuto un passo avanti. Un percorso di sparigliamento costruttivo, che ci ha portato tra gli altri a incontrare musicisti come Roberto Bellatalla o Eugene Chadbourne. Fino ai quattro week-end del mese di Aprile 2009 che ci hanno visti condividere il palco con Etre, Sec, Ferc, Eisu, Weltraum, Razoj, Lendormin, Fune, Taxonomy, Franch Vigroux, Soera, Bellatalla…


Visioni strabiche della musica italiana.

Andando oltre Alter@!, mi piace definire visioni strabiche della musica, quelle di quanti ignorano la portata della musica sperimentale e improvvisata in Italia, o ancora quelle di quanti vedono un'Italia a diverse velocità quanto a queste musiche. Visioni strabiche. Lo dico con la rilassatezza di chi vive un contesto con una tale intensità da non avere tempo per pensare a chi dice che non accade nulla. Il dato di fatto è che in Italia tanto accade e si fa, dal Nord al Sud, e poco importa che si tratti di grandi o piccole occasioni; non è questo che fa un'Italia a diverse velocità. Non è espressione di qualità musicale differente il fatto che su avvengano molti eventi importanti, curati, con una grossa struttura organizzativa (e si potrebbe citare Netimage a Bologna), e al sud piccole esperienze come quelle di Alter@!. Non sono i grandi eventi a stabilire chi va più veloce: quel che importa è la prospettiva. Alter@! nasce dalla necessità di fare, di alimentare un'area, dal desiderio di far incontrare i musicisti appena scesi dal palco con chi la musica l'ascolta. Questo atteggiamento che ci caratterizza è stato motivo a volte di discussioni con musicisti e organizzatori; a volte di vere e proprie liti. Se in Italia certi ordini non vengono minati è proprio perché è negata la possibilità di poter seguire strade diverse. È negata la possibilità dinamica che la musica porta con se. Si preferisce inscatolarla, e i grandi eventi ne sono il massimo esempio. Il problema non è che non si lasciano emergere le differenze; il vero problema è che le si lascia emergere, ma tenendole a distanza, così che esse non possano mai dialogare.


L'idea di centro.

Quella che domina in Italia, un po' dovunque, è l'idea per cui la grande città è il centro, con a sua volta un centro in cui tutta la musica deve confluire come prodotto da vendere. Un luogo di scambio e al contempo di attrazione, come può essere una metropoli, è stato a volte scambiato quale luogo in cui accentrare il controllo dei prodotti, tra cui il prodotto-musica, quasi fosse qualcosa da vendere. E così un luogo che potrebbe essere estremamente dinamico e vario, e faccio ora riferimento nello specifico a Napoli, per le diverse realtà che lo percorrono, finisce con l'essere strangolato da quella politica stupida e di controllo per cui tutto è fatto e programmato in funzione del centro. “Rivalutazione del centro” è stata per anni parola d'ordine. Una visione strabica: pensare di dover concentrare la musica, le arti, in un determinato posto, come il centro. Dovrebbe passare l'idea contraria: riuscire a creare movimenti, scambi, passaggi. L'incapacità di vedere oltre i proprio naso è espressione sin troppo chiara di una decadenza cui non abbiamo più nulla da chiedere.