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Fanfole di Nicola Villa

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Sfar riscrive Tintin

Sfar

Avevo amato il primo volume de "Il gatto del rabbino" di Joann Sfar, il prolifico (più di 120 albi) nonché maestro precoce (è del 1971, di Nizza) del fumetto francese. Già avevo segnalato "Pascen", il suo personalissimo e vitalissimo omaggio a un pittore dimenticato e riconosciuto come modello proprio, ma bisogna ammettere che le vicende de "Il gatto del rabbino" sono tra le sue migliori cose prodotte. Innanzi tutto per il tema religioso, per il clima ebraico, un tema molto sentito, ma anche per la capacità di rappresentare climi, situazioni estremamente comiche e restituire un'epoca, un luogo esotico. Sfar è semplicemente incredibile: riesce a trasferire sulla tavola, in un modo apparentemente semplice e essenziale, tutto un mondo di espressività diverse e vitalità. Il suo stile, fatto di segni elementari, sembra anche richiamare un segno antico e arcaico, sembra l'archeologia del fumetto. Ne "Il gatto del rabbino 2" (sempre Rizzoli), come sottolineato dalla postfazione di Paolo Interdonato, nell'episodio "Gerusalemme d'Africa", un'avventura picaresca al limite del fantastico per andare a cercare la mitica Gerusalemme dei neri ebrei in mezzo all'Etiopia, fa i conti con uno dei suoi modelli più scomodi, il razzista e reazionario "Tintin" di Hergé. L'incontro con Tintin è di una comicità assoluta: un uomo bianco occidentale pieno di pregiudizio, pieno di sé che non ascolta gli altri, che spara a tutto ciò che vede nell'Africa subequatoriale e coltiva il mito di se stesso. La nota di Sfar in exergo al racconto spiega tutto e le sue motivazioni: "Per molto tempo ho pensato che fosse superfluo realizzare un libro contro il razzismo. Mi sembrava una cosa evidente, come sfondare una porta aperta. Ma a quanto pare i tempi cambiano. Tutto è già stato detto, ma poiché nessuno ascolta bisogna ricominciare".

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