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Fanfole di Nicola Villa

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Josephine Foster: la voce dal grammofono

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Splendido, struggente, commovente, coinvolgente: uno qualsiasi di questi aggettivi basta per accompagnare il concerto di due giorni fa (martedì 23 marzo) di Josephine Foster al Circolo degli Artisti in Roma. La cantautrice folk del Colorado si è esibita per poco più di un’ora e mezza, davanti a un pubblico per “posti limitati” (limitati forse dalla timidezza quasi patologica della Foster), con i brani del suo ultimo lavoro Graphic as a star. Tutto quello che c’è da sapere su di lei l’ha scritto S.I. Bianchi sul numero 140 di “Blow up” del gennaio scorso, con lei in copertina, come l’approfondimento su questo ultimo disco che è, in poche parole, un mettere in musica alcuni poems di Emily Dickinson. Una delle più belle è My Life had stood a Loaded Gun  con quella quartina finale, introdotta dall’armonica a bocca da Josephine Foster, “Though I than He may longer live / He longer must than I / For I have but the power to kill, / Without the power to die”. Canzoni spesso brevissime, in cui metrica e accompagnamento musicale si fondono perfettamente, innalzate dalla voce particolarissima di Foster. La sua voce è l’elemento più sconvolgente: così antica da sembrare quasi medievale, da casa di spiriti hanno detto, ma ha anche un fascino quasi vintage, come se la sua uscisse da un vecchio grammofono appoggiato a una finestra Andalusa (la Foster vive da anni in Spagna e anche al concerto era accompagnata da un bravo chitarrista flamenco).