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Fanfole di Nicola Villa

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Forest scrittore salvato dalla letteratura

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 Philippe Forest alla festa del libro di Roma con Sandra Petrignani

"Io non credo che ci si possa veramente salvare con la letteratura. In tutti i libri cerco di sviluppare una critica. Il Romanticismo è stato il momento in cui l'arte è diventata un sostituto della religione. Soluzioni facili: alcuni scrittori pensano che qualsiasi sia la disperazione l'arte la trasformerà in bellezza e salvezza. Io stesso mi sono messo nelle mani della letteratura non per salvarmi ma per cercare una risposta appropriata alla vicenda drammatica che ho vissuto. Ma non è così: basterebbe scrivere un libro per salvarsi, ma noi torniamo continuamente alla letteratura. Una soluzione a un problema irrisolvibile. Possiamo paragonarla all'esperienza dell'impossibile. È molto complicato e non ho le idee chiare. Il poema di Kobayashi Issa all'inizio di Sarinagara, un maestro di haiku molto amato e conosciuto in oriente, che dice parafrasandolo: il mondo nel quale viviamo è un mondo così inconsistente quanto la rugiada del mattino, eppure cioè sarinagara che è diventato il titolo del mio romanzo. Può essere letto in modi diversi: la vita è sofferenza eppure c'è un modo per vincerla. Lettura più tragica: nonostante sapessi che questo era un mondo di sofferenza e lutto eppure io mi sono trovato impreparato".

"Si può pensare a un gioco tragico. L'idea che l'esistenza stessa debba essere considerata un gioco. Scrivere è anche molto infantile. Il romanzo riattiva un esperienza molto antica che è la lettura. C'è bisogno di parole per attraversare la notte, come quando i genitori ci leggevano le storie per addormentarci. Un aspetto puerile, infantile. Angoscia alla base dell'esperienza umana. La letteratura francese ha spesso paura dell'elemento patetico, che è necessario prenderlo su di sé perché bisogna farci i conti".

"Quando sono all'estero mi si rimprovera di non essere molto francese. Non so se sia vero, ma mi viene spesso ripetuto. I miei libri vengono avvicinati all'auto-fiction, una corrente che dagli anni settanta è ritornata con forza in Francia. La maggior parte delle auto-fiction attuale è fatta di testi molto diversi dai miei. I miei romanzi suscitano empatia e rifiuto e repulsione. In una società come la nostra c'è un vero e proprio rifiuto della morte. Un rimosso. Alcuni lettori, quelli che hanno vissuto un lutto, manifestano simpatia e sono riconoscenti perché mi dicono che ho saputo raccontare questo disagio. Altri lettori ce l'hanno con me perché ho creato un prodotto letterario osceno. Una lotta non letteraria ma che va oltre. C'entra con alcuni elementi esistenziali e filosofici".

"Non ho mai considerato la letteratura come un mestiere. Ho scritto pochi romanzi e ora sto scrivendo soltanto il mio quinto romanzo. Scrivo quando mi sento costretto. Qualcosa che mi costringe a sedermi e a scrivere. Scrivere è un modo per risolvere un problema, nonostante sappia che sia un tentativo vano: perché gli scrittori dovrebbero avere questo privilegio di risolvere i problemi della vita? Devo scrivere per illuminare un po' le ombre che sto vivendo. Tutto ricomincia ogni volta, ho l'impressione di scrivere il primo libro e ogni volta vivo il sogno che quello sia l'ultimo, il libro col quale risolverò i miei problemi. Non mi avvicino razionalmente, in modo pianificato alla scrittura e sono sempre impreparato".