Splendido, struggente, commovente, coinvolgente: uno
qualsiasi di questi aggettivi basta per accompagnare il concerto di due giorni
fa (martedì 23 marzo) di Josephine Foster al Circolo degli Artisti in Roma. La
cantautrice folk del Colorado si è esibita per poco più di un’ora e mezza,
davanti a un pubblico per “posti limitati” (limitati forse dalla timidezza
quasi patologica della Foster), con i brani del suo ultimo lavoro Graphic as
a star. Tutto quello che c’è da sapere su
di lei l’ha scritto S.I. Bianchi sul numero 140 di “Blow up” del gennaio
scorso, con lei in copertina, come l’approfondimento su questo ultimo disco che
è, in poche parole, un mettere in musica alcuni poems di Emily Dickinson. Una
delle più belle è My Life had stood a Loaded Gun con
quella quartina finale, introdotta dall’armonica a bocca da Josephine Foster, “Though
I than He may longer live / He
longer must than I / For I have but the power to kill, / Without the power to
die”. Canzoni spesso brevissime, in cui metrica e accompagnamento musicale si
fondono perfettamente, innalzate dalla voce particolarissima di Foster. La sua
voce è l’elemento più sconvolgente: così antica da sembrare quasi medievale, da
casa di spiriti hanno detto, ma ha anche un fascino quasi vintage, come se la
sua uscisse da un vecchio grammofono appoggiato a una finestra Andalusa (la
Foster vive da anni in Spagna e anche al concerto era accompagnata da un bravo
chitarrista flamenco).
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