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Fanfole di Nicola Villa

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La provincia industriale esiste ancora: buon esordio nonostante tutto

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L'atteggiamento degli editori nei confronti degli esordi, e dei loro giovani autori esordienti, è tutto volto a replicare, o emulare, il “fenomeno Paolo Giordano” perché il suo La solitudine dei numeri primi, a due anni dall'uscita, abita ancora le classifiche settimanali di vendita. Soprattutto per quanto riguarda i romanzi di formazione sul tema dell'adolescenza, sembra che il mercato abbia trovato una gallina d'oro: un autore giovane, un titolo accattivante e una copertina d'impatto che ritrae un'adolescente, o simil tale, sono i primi ingredienti di un'opera che, il più delle volte, si rivela prima di tutto superficiale, poi ruffiana nei confronti di lettori sempre più addomesticati al consumo e infine consolatoria. A questo schema fisso sembra disobbedire Acciaio, l'esordio di Silvia Avallone, che, nonostante sia stato scaraventato nel frullatore commerciale e mediatico, affronta con rispetto e serietà una storia d'amicizia e conflitti nella marginalità della provincia industriale italiana. Avallone è nata nel 1984 a Biella, ma ha vissuto a Piombino, spazio sentimentale del racconto dove si assiste all'amicizia e alla crescita delle amiche Anna e Francesca, due quattordicenni che trascorrono l'ultima estate prima del liceo, quella del 2001, nei casermoni delle case popolari di Via Stalingrado, all'ombra dell'acciaieria Lucchini, ex Ilva, a cui allude il titolo, e con all'orizzonte l'isola d'Elba, simbolo dell'illusorio riscatto sociale e del raggiungimento della felicità. Contemporaneamente alla perdita dell'innocenza Acciaio rappresenta tre generazioni a confronto di una classe operaia materialista investita dal mutamento sociologico: il padre operaio orco e quello intrallazzatore e assente, ai quali le madri sono subordinate e incapaci di ribellarsi, i giovani-vecchi operai prematuramente alienati che votano Forza Italia e sono iscritti alla Fiom e infine gli adolescenti già educati alla lotta per la sopravvivenza e alla crudeltà della vita. Se alcune parti un po' morbose sulla trasformazione del corpo, alcuni brani sopra le righe e lo stile a volte sgraziato sono perdonabili considerando la giovane età dell'autrice, alcuni aspetti di Acciaio sono di tutto rilievo come la sospensione del giudizio sui personaggi e i loro comportamenti. Avallone, infatti, non giudica e costringe a una compartecipazione dell'umanità raccontata, a provare pietà per gli esiti sociali ai quali i personaggi sono condannati, a valutare con obbiettività i cambiamenti antropologici che la politica e l'economia hanno provocato nelle periferie e nelle province un tempo più produttive del nostro paese. Per questo aspetto e per l'ambientazione toscana, Acciaio ricorda i film di Virzì, come i luoghi, la Val di Cornia, richiamano i romanzi di Cassola, al quale la scrittrice sembra legata anche per la ricerca di un linguaggio semplice e essenziale, di un antinaturalismo rispettoso dei diversi punti di vista e di una visione sempre politica della propria narrativa.