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Fanfole di Nicola Villa

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Il precariato reazionario

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Coerente al modello commerciale del bildungsroman adolescenziale all'italiana è  l'esordio del 35enne pisano Roan Johnson, nato da madre materana e padre londinese, ma romano d'adozione. Il suo Prove di felicità a Roma est racconta, in prima persona, l'avventura di Lorenzo Baldacci, trasferitosi a Roma per prendere il diploma, finito a consegnare pizze come pony per guadagnare qualche soldo e rovinato dalla frequentazione con una ragazza di origine marocchina libera e indipendente, Samia. Gli ingredienti ci sono tutti con alcune varianti che vorrebbero mettere un po' di pepe: l'avventura nel precariato, ammiccante verso i lettori precari, la figura del loser contemporaneo (in realtà è un finto perdente: riesce in tutto, risolve tutto con nonchalance) e la sua agra esistenza, il suo chiedere allo smog un senso alla vita e disposto a fare tutto per una ragazza che gli rovina, puntualmente, l'esistenza. Il romanzo di Johnson non solo tenta queste fruscianti furbizie, ma si contraddistingue in negativo per essere un'opera superficiale, con un linguaggio artefatto, insincera nelle motivazioni e, in fondo, con una morale reazionaria. Prove di felicità a Roma est non è solo uno brutto libro, ma anche sbagliato: un romanzo che per stile e linguaggio è piatto piatto, semplice semplice, con un protagonista materialista, individualista e alienato, geloso nei confronti della ragazza di cui si invaghisce (le motivazioni di questo innamoramento restano oscure) e sleale nei confronti degli amici. Colpisce la radice reazionaria e conservatrice di tutto l'impianto perché non ha mai un atteggiamento critico verso una moralità modificata dall'economia, ma anzi si auto-assolve e auto-giustifica con la formula facile del precariato, o meglio non si espone resta sul limite di una mediocrità esistenziale così comune e auto-compiaciuta. In questo senso un altro libro su un giovane che faceva il pony, Delivery. Coca a domicilio, dell'argentino Alejandro Parisi, era più coraggioso perché si spingeva nelle conseguenze di una scelta completamente immorale come quella criminale, nel solco di Artl, descrivendo il miraggio di facili guadagni andava a vedere quanto era profondo l'abisso. Johnson invece naviga tranquillamente in superficie a velocità di crociera. L'ambiguità di Prove di felicità a Roma est sta proprio in questo non voler osare, nel non voler andare a fondo delle cose, nello svuotare i personaggi dell'ultimo barlume di anima rimastogli, di dichiarare un'attenzione per il mondo ma poi, nei fatti, rimanere ripiegati su se stessi. Non romanzo di formazione, non storia d'amore, non critica verso la società, ma accettazione dell'esistente, giustificazione e condiscendenza. L'unica cosa salvabile è il titolo che è comunque insincero, perché Roma, la sua periferia, sono solo uno sfondo insipido, sono attraversate superficialmente, non c'è quella marginalità che viene sbandierata in quarta di copertina, non c'è dolore e curiosità, ma solo accettazione e conformismo.