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Fanfole di Nicola Villa

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Critica come scandaglio

9788861650695g

Per fortuna ogni volta che si afferma che qualche arte, qualche disciplina sia morta, si affaccia per paradosso un’opera che riesce a farci riconciliare con quei linguaggi. Se oggi si può dire “la critica è morta, la critica è viva” (in questo caso letteraria), lo si deve a questo bel libro di Domenico Scarpa, Storie avventure di libri necessari. Un saggio di critica atipico, pensato come scandaglio nelle letture e nei manoscritti, una vera caccia al tesoro, un viaggio che sa andare in profondità, trovare collegamenti e interpretazioni mai banali. Tutto in quest’opera si presta a metafore avventurose, fino anche alle note raccolte in un corposo thesaurus finale, anche scomodo perché “è normale che i tesori se ne stiano nascosti e che li cerchi soltanto chi li desidera”.

Il libro di Scarpa è una raccolta di undici saggi, alcuni coerenti con i lavori precedenti del critico (Levi, Calvino, Manganelli e Soldati in primis con una lettura sul suo metodo borghese di lavoro, di assaporare le parole), altri originali e appassionanti. Non capita spesso, infatti, che la critica letteraria sia stilisticamente bella, un genere a sé stante, che appassioni anche più di un romanzo. Il primo saggio, quello di cui si sta parlando di più a proposito di questo libro sui giornali, è dedicato all’influenza che Stevenson ha esercitato sui nostri contemporanei scrittori italiani: si tratta di una lettura affettiva, la scoperta della lettura e del suo piacere tramite L’isola del tesoro e come questo sentimento sia comune a molti scrittori italiani (esemplare il racconto Otto scrittori di Michele Mari) e come molti scrittori ci siano tornati ossessivamente nelle loro opere come L’isola di Arturo di Elsa Morante e L’iguana della Ortese, ma è anche una lettura sulla doppiezza di Stevenson tra logicità e illogicità dell’avventura compresa appieno da Manganelli. Scarpa procede raccontando l’avventura dei libri e di chi li ha scritti cercando anche in documenti di archivio e in tracce nascoste dagli scrittori stessi: i ritratti degli scrittori singoli sembrano delle vere e proprie cacce al tesoro come la ricostruzione di Corrado Alvaro sotto il fascismo e della sua visione della sessualità, o ancora la frattura tra Bassani e la sua Ferrara anche per la sua judéité, oppure l’opera di Domenica Rea “ariosa sinfonia incompiuta” che vale come paradigma di tutta la generazione di scrittori nati negli anni ’20, già vecchi dopo la guerra a venticinque anni. Uno dei capitoli più belli, più concitati come un assalto di pirati, è quello centrale che illustra il rapporto tra Vittoriani, Duras e Antelme nell’immediato dopoguerra, la necessità di pubblicare i libri sui campi di concentramento e la corrispondenza einaudiana tra Vittoriani stesso, Calvino e Ginzburg. Un capitolo non meno bello è quello che ricostruisce l’incontro tra Fruttero & Lucentini insistendo sul loro parallelo per il quale scrivere equivaleva a leggere e tradurre sin dalla coppia Beckett-Borges che volevano promuovere nel nostro paese. Storie avventurose si conclude con tre bellissimi saggi sulla visione poetico-biologica del mondo di Goffredo Parise, tra Darwin e Montale, lo stile di Meneghello nei racconti partigiani, confrontato con Fenoglio e Calvino, e il rapporto tra Levi e Manganelli volto e capovolto sul dibattito dello “scrivere chiaro” e “scrivere oscuro”.  


Storie avventurose di libri necessari di Domenico Scarpa (Gaffi, 487 pagine per 16 euro)