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Fanfole di Nicola Villa

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Avvertenza numero 8 di Emiliano Morreale

"La generazione dell’Erasmus e dell’Inter-rail ha prodotto una sorta di fascia trasversale molto simile, indistinguibile da nazione a nazione, più o meno con la stessa cultura, gli stessi gusti, le stesse facce. A questo punto, può essere salutare rivendicare delle radici locali, l’interesse verso le realtà più prossime. Il “di più” che gli uomini di cultura italiani possono dare sta proprio nel peso che portano in quanto italiani, nella necessità di decifrare i cortocircuiti e le interazioni tra le pratiche artistiche e un luogo. Occuparsi dell’Italia è, per i critici, anche un dovere. Una prospettiva internazionale (e storica) serve ancora una volta a ridimensionare la portata dei dibattiti interni, ma i grandi maestri della critica sono stati anche e soprattutto, con fastidio e con angoscia, uomini di questo paese. 
L’essere italiani dà poi, a saperlo sfruttare, un altro vantaggio. Ossia l’essere un paese di recente modernizzazione, in cui i conflitti tra il vecchio e il nuovo si possono sentire fino alle ultimissime generazioni. Anche i ventenni sono cresciuti a contatto con lacerti ultimi di realtà quasi pre-moderne, unite a versioni da terzo mondo dei media. E questa è una grande fortuna, in fondo: perché ha prodotto una dolorosa coscienza di sé, anche in artisti e critici delle ultime generazioni. L’essere semi-cyborg è qualcosa che può essere una tragica fortuna (e che, ormai, si ritrova con più facilità tra gli italiani del Sud, o della provincia). Sapere con precisione chi si è, quanto si è provinciali, aiuta a non farsi illusioni e a creare strategie di riacquisizione e “riuso creativo” di quelle merci culturali che invece ormai sono, lo si voglia o no, uguali per tutti".

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