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Fanfole di Nicola Villa

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Che fine ha fatto la realtà? + Recensioni + Public Movement

via www.santarcangelofestival.com

illustrazione di Rojina Bagheri, Valeria Prosperi, Chiara Raimondi


Il rapporto con la realtà è da sempre al centro della riflessione del teatro. Di volta in volta gli artisti hanno concentrato la loro attenzione sull’aspetto finzionale di quest’arte, oppure ne hanno rivendicato e ricercato i margini di realtà e unicità, o altrimenti hanno inventato visioni sconnesse da qualunque referenza per poter rivendicare la creazione di un piano ulteriore di realtà. Il perché di questa insistenza, che dura ben oltre la stagione pittorica delle pipe di Magritte, è facile da intuire: teatro e performance sono arti che si danno quasi sempre in presenza di un corpo vivo, e sono gli esseri viventi, in definitiva, con la loro capacità di interpretazione che crea senso, a costituire il vettore della realtà. È in questo senso che il teatro è da sempre lo specchio della realtà e della società.
Gli anni che viviamo, tuttavia, hanno reso il concetto di realtà ancora più complesso. Oggi realtà e finzione non sono più in netta opposizione, ma sono concetti che viaggiano in parallelo e che contribuiscono a costruire la nostra idea del mondo. Quasi tutto quello che sappiamo del mondo lo apprendiamo attraverso un medium, che sceneggia la realtà per potercela raccontare; portiamo avanti una parte importante dei nostri rapporti privati attraverso le reti, cioè a distanza, attraverso una mediazione tecnologica; spesso il nostro modo di stare nel mondo cambia se c’è o meno la possibilità che ciò che facciamo finisca ad esempio in tv (basta pensare a quanti attentati vengono ideati più per la loro eco mediatica che per il loro effetto sulla realtà). La società dello spettacolo ha costretto la realtà a utilizzare i linguaggi dell’arte per poter affermare se stessa. La modalità principe del Novecento, secolo di avanguardie e sperimentazioni, è stata la provocazione. Oggi però la realtà è in grado di lanciare provocazioni assai più incisive dell’arte. E all’arte cosa resta da fare?
Non a caso questo numero di Nero su Bianco cita Matrix nel titolo, perché mai come oggi l’arte deve compiere una scelta. Questa questione attraversa l’intera fanzine, a partire dalla rubrica “live” che riporta il dialogo della redazione con il Teatro Sotterraneo, che si è cimentato nel non facile compito di confrontarsi con l’evento mediatico dell’anno, la finale dei mondiali. E non manca un affondo sull’arte che oggi sembra maneggiare la realtà con maggior sicurezza e incisività, il cinema documentario, dove la visione lucida di Marco Bertozzi ci spiega perché il documentario si configura come un antidoto alla mistificazione della realtà. Questo interrogativo si riverbera anche nelle recensioni, che in questo numero hanno uno spazio doppio per raccontare il primo week-end del festival. Mentre la rubrica delle biografie si occuperà della formazione israeliana Pubblic Movement, che agisce nello spazio pubblico attraverso interventi performativi, e la sezione dedicata ai laboratori racconterà due percorsi che lavorano sull’immagine, quelli di Fanny & Alexander e di Stefano Ricci. Il tutto per chiederci che fine ha fatto la realtà, e che ruolo ha l’arte nel formulare di questa domanda.

[Graziano Graziani]

16 luglio 2010
Recensioni

Invenzione una e trina
Una tessitura di stimoli visivi e concettuali ideata da Cristina Rizzo e Lucia Amara come traccia da tradurre in danza. Questo il testimone consegnato a tre diversi coreografi per Dance N°3, tre soli magistralmente indossati dalla stessa Rizzo, tre visioni della medesima partitura per mettere in discussione l’ambiguo confine tra autorialità e interpretazione. Granitiche nella caratura, vertiginose nella precisione ideativa e nell’orizzonte di ricerca le prime due proposte. Eszter Salamon anima la Rizzo con una danza di pura vocalità che compone suoni e glossolalie, con una gutturalità che disarticola lo scheletro mentre percorre e accompagna i movimenti del corpo. Il linguaggio coreografico di Michele Di Stefano vibra innervato dalle qualità della danzatrice. In un meccanismo circolare di ritorni e trasformazioni la figura si ricondensa su altre forme e frequenze, sospinta da continui spaesamenti del baricentro. Matteo Levaggi coagula il movimento in architetture geometriche che fermano a tratti la danza come a congelarne le linee. Quest’ultima è forse la meno affilata tra le tre immaginazioni coreografiche, viene però risolta dalla straordinaria abilità della Rizzo che, appropriandosi e reinterpretando le diverse scritture, restituisce un’ora e mezza di stupefacente danza.
[Lucia Oliva]


Parole scritte
Non solo teatro al Festival internazionale del teatro. Sembra un controsenso, ma in realtà è parte dell’essenza stessa di questa edizione.
«Sapere sempre dove si è può smarrire», canta Manuel Agnelli. È per incentivare questo perdersi alla ricerca del pantone rosso 186 C che a Santarcangelo 40 è stato scelto di dare voce alle letture di quattro scrittori, accomunati nei loro lavori dall’appartenere alla stessa generazione, dall’essere stati prima bambini e poi ragazzi praticamente negli stessi anni. Fuori da uno spazio non convenzionale come può essere un ristorante, Nicola Lagioia, Gaia Manzini, Giorgio Vasta e Simona Vinci ci hanno raccontato, e ci racconteranno durante il week-end alle porte, attraverso le parole dei loro romanzi, uno spaccato dell’Italia che ci circonda, ormai pronta a festeggiare i centocinquant’anni di presunta unità. Una prospettiva diversa, quella di parole scritte nero su bianco, che forse non hanno la forza emotiva e dirompente di uno spettacolo o di una performance, ma che scavano nelle coscienze creando dei dubbi. Il pubblico uscirà dall’incontro senza nessuna nuova risposta da sbandierare ai quattro venti come una verità assoluta, ma di sicuro con qualche domanda in più a grattare il capo: piccole nuove consapevolezze, lenti bifocali da mettere davanti agli occhi per re-interpretare la realtà. È in questo modo, così diverso, più obliquo, meno frontale ed estremamente tradizionale rispetto al teatro di ricerca, che gli scrittori del Festival agiscono con gli spettatori/ascoltatori, lasciando che le loro parole, lette ma non interpretate, raccontino un Paese che fa paura, sia attraverso quello che vediamo oggi intorno a noi, sia attraverso quello che, come un videoclip, ci è passato davanti ali occhi negli anni ‘80 prima e nei ‘90 poi.
[Paolo Bottiroli]


Libertà e partecipazione
L’idea di partecipazione del pubblico è di nuovo al centro di alcuni dei lavori. Pura Coincidència di Roger Bernat, che per questo lavoro dichiara di aver lavorato su Insulti al pubblico di Peter Handke, è tra questi. Si tratta però di una pura concettualizzazione del brillante testo di Handke, citato direttamente solo all’ultimo minuto, quasi a giustificarsi di averlo tirato in ballo. Perché Pura Coincidència è composto dalla trovata, piuttosto banale, di filmare il pubblico che aspetta di entrare in sala per poi riproporre il video, che carpisce frammenti di discorsi, discussioni di gruppo, e zumma sui primi piani. Il tempo del teatro, costruito e recitato, diventa il tempo fluido ma non spettacolare della vita reale. Questi e altri spunti appaiono in sovrimpressione al filmato, per costruire il classico meccanismo dell’arte contemporanea in cui è possibile comprendere tutto e il contrario di tutto. Un meccanismo che non prende posizione perché potrebbe avere tutte le posizioni possibili. Qui non si tratta di camminare lungo il crinale fecondo dell’ambiguità, ma di imbellettare di estetica contemporanea l’impasse odierna. Gob Squad, collettivo anglo-tedesco, ha lavorato su mec canismi simili. Il loro Super night shot è un film senza montaggio e in diretta, proiettato su schermi paralleli. I quattro attori fanno percorsi diversi in giro per Santarcangelo, seguendo un canovaccio da film hollywoodiano, con l’eroe che deve salvare il mondo e baciare la sua bella. Al centro la solitudine dell’uomo contemporaneo che spera di potersi riscattare grazie alla celebrità mediatica. È un lavoro intelligente ma leggero, i cui toni demenziali divertono senza scadere nel compiacimento e creano un meccanismo a più livelli che ragiona sul confine liquido tra realtà e fiction. Il piano di finzione è ben chiaro a chi guarda e anche alla gente che casualmente finisce nel film, che sa di essere ripresa. Il meccanismo è smontato, finalmente disarmato, artisti e pubblico sono sullo stesso piano. Non c’è l’ossessione pornografica di guardare dentro e a tutti i costi, ma una mano tesa attraverso il teatro per riprendersi insieme un pezzo di realtà.
[Graziano Graziani]


Danza Macabra
È un periodaccio. Invecchiare, come ammalarsi, non è consentito. Allora meglio «comprare un boia». È fastidioso come un tarlo il pensiero che Babilonia Teatri ficca in testa al pubblico di Santarcangelo 40: This Is the End My Only Friend the End. Altrimenti sei carne da macello. Come il maiale squartato che si schianta al suolo dal soffitto della Corderia. Altrimenti sei cervello che marcisce, spento davanti alla tv accesa, o mosso dal pilota automatico-facebook che ti ricorda di dire ciao al tizio che non vedi da un po’. La parola prende dal detto colloquiale e diventa potente, urlata dal coro. Un coro “imperfetto”, perché per la prima volta ci sono dieci nuovi performer scelti fra quasi duecento che hanno risposto all’invito della compagnia su YouTube, chiamati a costruire uno spettacolo attraverso un laboratorio. Babilonia Teatri ci pone domande sulla rimozione della morte nella società contemporanea: nel titolo la risposta dei Doors, poi trenta minuti di estratti dalle frasi fatte del trash quotidiano. Mix di voci pop che si chiude sulle parole di Luigi Tenco: Ciao amore ciao, un ballo di gruppo prima dell’ultima corsa.
[Martina Melandri]


Quello che resta
NEROep ci racconta di un conflitto impossibile, di una battaglia già persa, di una resa obbligata. Cosmesi insieme a Rotorvator allestisce un universo post-apocalittico, dove il crollo è traccia visiva infinita, infinitamente disturbata da un segnale di fine trasmissione. Sulla musica del gruppo metal la compagnia friulana costruisce una performance fatta di pochi, ben assestati, segni: una bandiera bianca, una tormenta visiva e sonora che penetra i corpi degli spettatori intrappolandoli in questo universo distopico, e le azioni di Eva Geatti, figura solitaria che fronteggia un nemico invisibile e pervasivo. La performer abita una situazione che la trascende e la fagocita, che ne annichilisce la voce coprendola di frastuono e la cancella gettandole addosso il buio. Niente di significativo può più essere detto, la possibilità di intervenire è estinta, ma la Geatti non raccoglie la bandiera della resa. Nel disastro assordante del presente qualcosa, suo malgrado, resiste: qualcosa di irriducibile e inconquistabile, più forte di una semplice sopravvivenza. Perché essere arresi non significa essere vinti.
[Lucia Oliva]


Distruggi e dimentica
Una scia di polvere da sparo su un piano di vetro. Si accende una fiammella che percorre quel sentiero fino ad esaurirsi. Portage costruisce strade da consumare con la scintilla di un accendino, un incendio che lascia il segno sulla superficie trasparente e incide una traccia di luce nei nostri occhi. Ma questa è solo una parte de Il Tetto, progetto che si innerva sulla “distruzione”, dove bruciare polvere e far brillare edifici sono due modi per raggiungere una medesima “fine”. La demolizione progettata al parco Baden Powell non ha funzionato fino in fondo, e il pubblico, radunatosi alle 8 del mattino nei pressi dell’abitazione costruita la notte precedente, è rimasto deluso. Alla prima detonazione cede solo qualche pezzo di parete. Alla seconda si affloscia metà della casetta. E sono le mani dei Portage che segnano la sua fine definitiva, spingendo mestamente le pareti a terra. La delusione non risiede nella mancata esplosione: ci appassioniamo alla materia che intraprende una possibilità diversa dal piano prestabilito. Forzare la mano per dichiarare la propria volontà si rivela invece superfluo, un ostacolo all’idea, o un rinforzo della sua debolezza.
[Serena Terranova]


Crimini senza reati
Chi siamo, noi spettatori? Dovremmo individuare differenti gradazioni, fra chi semplicemente assiste a qualcosa che non lo riguarda (cioè tutti, tutti i giorni, a diversi livelli quotidiani, pubblicitari e di consumo) e chi partecipa attivando azioni oltre lo sguardo. Enimirc di Fagarazzi & Zuffellato abborda un altro lato della domanda, virando verso il desiderio di partecipare, la necessità di protagonismo, l’ossessione di presenziare. Da spettatori diveniamo figure agenti al grado di marionette, esecutori di ordini inscritti in una trama del crimine che si decide di non sciogliere. Agiamo spinti, perché questo è il patto che si stringe entrando, pedine di un meccanismo che poco rischia perché non si mette in discussione. Quale il rovescio, il punto di rottura, della “partecipazione”? Quali i margini di crisi del dispositivo e gli spazi di libertà per noi? Insomma, cosa ci viene chiesto? Poco o nulla, perché del plot evocato programmaticamente si elidono gli indizi. È reato raccontare, a teatro? Forse, ma senza racconto non c’è crimine che tenga. Resta il piacere del gioco? Solo a tratti, perché la domanda «C’è libertà di espressione in questo spettacolo?» accenna voragini di complessità, e proprio al teatro chiediamo di assumerla, non solo dirla, la complessità.
[Lorenzo Donati]


Say a mantra
In un piccolo negozio del centro di Santarcangelo stava una piccola-grande sorpresa di ESC: Mauro Stagi, giovane fiorentino, performer di strada tra musica e teatro. Un dialogo con Roberto Zucco di Koltès, un free-style tra le onde di passanti: presenza strana per chi è andato oltre senza prestare attenzione, o gridandogli contro «stai zitto, paranoico»; figura ipnotica per chi ha voluto ascoltare la sua frammentaria tragedia contemporanea.
«Fa troppo caldo in ‘sta città puttana. Voglio andarmene in Africa, sotto la neve. Devo andare, mi sembra di morire tanto nessuno pensa a nessuno… vorrei rinascere cane almeno sarei meno infelice». Mauro Stagi è un microfono, un amplificatore, un flash in loop sulla sua figura, free-style, onde in movimento della cultura urbana. Mauro Stagi sta esplorando il mondo.
Alle sue spalle non si vedono, ma ci sono le parole di Alessandra Maoggi e Koltès, i suoni e gli scratch Manu Atzeni. Mauro Stagi schiva la realtà e al contempo ci sbatte addosso. Siamo noi che non vogliamo sbatterci. Mauro Stagi è voce autistica, poesia che aggredisce, romantico ragazzo che gioca nella sua stanza a interpretare i personaggi del mondo. Mauro Stagi vuole le nostre orecchie, ma noi non vogliamo ascoltarlo. Mauro Stagi è Roberto Zucco.
«Say a mantra
Mentre a fanculo qualcuno te ce manna
Fight a propaganda
Che a guardarla un po’ me stanca
l’offerta ha superato di gran lunga la domanda Più la dai e più sei santa
Manco a dirlo il senso è questo carta canta
Casablanca
Do via la terza gamba
Notte bianca Roby Zucco salda il conto in banca…»
[Simone Caputo]

16 luglio 2010
Biografie / Public Movement
Movimento Pubblico

Per la rubrica biografie abbiamo incontrato alcuni dei componenti dei Public Movement (Karmit Burian, Saar Szélrely, Hogar Ophir e Rachel Hagigi) per scoprire qualcosa di più su questa formazione, rispettando la scelta dei fondatori di non rilasciare interviste.

Tel Aviv, novembre 2006. Due auto investono dei pedoni a un incrocio: Accident. Tutto si blocca per un minuto: i corpi inermi a terra, le auto ferme sulle rispettive carreggiate e i passanti, immobilizzati sul marciapiede; l’ingranaggio si è inceppato e l’incrocio è, ora, come il punto morto della catena di montaggio. Il linguaggio stradale va in scacco, scontrandosi col suo errore: il sistema chiuso percepisce la rottura ma non sa come codificarla o risolverla, ne percepisce il pericolo, la minaccia che incombe dall’interno. Il risultato è vero, ma l’incidente è finto: in questo paesaggio fisso di occhi sgranati, i due uomini investiti si alzano di scatto, ripartono, le macchine cominciano a scorrere di nuovo, i passanti, lentamente, tornano a fluire. La falla torna coperta, nascosta, ma ora, forse, ad accompagnarli c’è un ronzio di fondo, una scheggia di paurosa consapevolezza. Accident è la prima azione sociale di Dana Yahalomi e Omer Krieger, da quello scontro sono nati i Public Movement, la cui ricerca ha allargato sempre più i suoi orizzonti, fino a Spring in Warsaw – A walk through the ghetto, Performing politics for Germany e Also Thus!, che verrà presentato a Santarcangelo nei prossimi giorni insieme a A short drive around Santarcangelo. La loro educazione artistica, anche se costruita all’interno di scuole europee, non si distanzia dalle sensibilità e problematiche che caratterizzano la scena israeliana. Omer, dopo essersi laureato in filosofia a Tel Aviv, si è trasferito a Londra per approfondire una sperimentazione artistica alla Slade School of Fine Art. Il suo interesse si concentra soprattutto sul rapporto tra arte e media, e lo sviluppa lavorando al Tesla Berlin (laboratorio di arti multimediali) e insegnando “Arte, media e spazio pubblico” al Kalisher College di Tel Aviv. Molto più teatrale è, invece, la preparazione di Dana Yahalomi, che, dopo aver studiato all’accademia sperimentale di danza a Salisburgo, ha lavorato con le maggiori coreografe israeliane, la cui influenza si ritrova esplicitamente nei lavori dei Public Movement. L’espressività del corpo e la relazione col paesaggio urbano vengono sviluppati da questo gruppo in una prospettiva politico-estetica: il modo in cui l’uomo si relaziona con il luogo pubblico è un linguaggio sociale determinato storicamente, è una convenzione fisica sotto la quale si nascondono il potere, la violenza che caratterizza i rapporti umani. L’obiettivo è prendere sulle proprie spalle questa prassi per sovvertirla.
Nonostante le difficoltà economiche e politiche in Israele, la voglia di esprimersi artisticamente ha accresciuto il gruppo di lavoro col quale studiare le potenzialità che lo spazio sprigiona a seguito dell’atto performativo. Per quanto la struttura della compagnia potesse rimanere verticistica (ci sono due leader), con ogni nuovo attore si aggiungeva un nuovo punto di vista, una nuova prospettiva, una diversa forma mentis: collaborano insieme attori, filosofi, fotografi, danzatori, ingegneri, non disposti a omologare il loro pensiero sulla base di un rigido schema concettuale, mantenendo la diversità delle idee politiche, etiche, religiose. I Public Movement creano un gruppo d’indagine sulle possibilità politiche ed estetiche di una performance in un luogo pubblico. Vogliono carpire il linguaggio segreto, il potere nascosto degli spazi, impossessarsi e applicare questi codici torcendoli fino al punto di rottura tramite azioni sociali. Also Thus!, ad esempio, è un evento collettivo, una marcia che richiama l’estetica militare, ma decontestualizzata. Muovendosi sul confine tra verità e finzione, costringe il pubblico, con la sua semplice presenza, ad assumere una posizione critica, un punto di vista diverso: “Noi siamo un oggetto nella testa delle persone, siamo una domanda che si pongono quando ci vedono fare quello che facciamo, siamo un modo di pensarci come gruppo, come partecipanti alle cerimonie, o per reagire alla polizia, alle paure”. Ogni azione è uno studio che non parte da una domanda definita, ma vuole suscitarla per analizzare le risposte del pubblico: non è importante, quindi, che esso si riconosca rappresentato e si distacchi da sé, né che da estraneo giudichi, basta che abbia una reazione, che partecipi, che si relazioni con l’evento, anche col significato più immediato, più vicino alla propria individualità. Da questo la scelta forte di non parlare delle proprie opere: diverso è l’Also Thus! fatto a Berlino da quello fatto a Tel Aviv o a Santarcangelo, non solo per gli elementi dello spettacolo che variano in relazione al paese, ma anche per il diverso immaginario collettivo che appartiene alle diverse popolazioni .
Le capacità politiche di un’azione artistica non si sviluppano stando con le persone né con il potere, non con i dimostranti né con la polizia. I Public Movement lavorano sul limite, sul confine, per mostrare la violenza annidata in ogni linguaggio sociale, dietro ogni trionfale carro del vincitore.
[Matteo Vallorani]