Fanfole - Fanfole

Fanfole di Nicola Villa

RSS Feed

Recensioni di “Nero su bianco” da Santarcangelo Festival

end game… di Hotel Nuclear

via www.santarcangelofestival.com

end game… di Hotel Nuclear

Endgame: chiaro, no? Siamo nella stanza di un beckettiano hotel nucleare, che è una grotta-bunker, a guardare immagini video di una città (vuota?), colle antenne ritte come quelle delle radiosveglie di fronte a noi, che lampeggiano a significare che del loro tempo non ci si può più fidare. Ma non bisogna fidarsi delle grandi narrazioni. Qui nel Nuclear Hotel non ci si raccontano storie l’un l’altro come nella pièce di Beckett, dove si tralascia di parlare dell’esterno perché è anche troppo chiaro cosa sia. Qui, al contrario, non si fa altro che esaminare quell’esterno che si mostra inquietantemente, interrogandosi sbalorditi. Sui palazzi balenano guizzi misteriosi, ma sono moti vitali della realtà o deflagrazioni sottili che la minacciano? Così come i suoni, che sembrano minacciosi ma forse sono semplicemente disturbati. Non si sa nulla sulla presenza umana, potrebbe esserci oppure no, sia nei rumori che nelle immagini. Viene il dubbio che il problema non stia nella realtà, ma nel medium che ce la sta mostrando: punti di vista troppo lontani per capire, e suoni scollegati dalle immagini, e anche il tempo, come quello delle sveglie, va troppo veloce, o autisticamente si ripete in loop. Dubbio: c’è stata un’esplosione atomica o sono le videocamere che non funzionano?
Un enorme palazzo domina la città, coperto da uno schermo che emette luce intermittente. Ma lo schermo gigante è vuoto, il rumore è bianco. Nessuna indicazione possibile. La realtà ci sfugge di mano o ci sovrasta, e lo sforzo è capire. Non sapendo dove dirigere lo sguardo, ci si ferma ossessivamente su una finestra, che non rivela nulla. Contorsioni misteriose la animano.
Ma se invece non fossimo i rifugiati ma i videosorveglianti? E scoprissimo con stupore che le falle nella realtà siamo proprio noi a crearle colle nostre mille radio perfide? È la nostra ossessione di visione, di conoscenza a distruggere quel che guardiamo, ma non ne siamo consapevoli, e quelli che ci sembrano misteri della realtà sono in realtà quello che noi stessi provochiamo, forzati nella posizione di un osservatore totale. Lo schermo gigante che guardiamo, misterioso totem, idolo della società dello spettacolo, siamo in realtà noi stessi, che impassibili lanciamo una luce intermittente su una realtà che si agita per conto suo. L' ossessione di capire diviene violenza sulla realtà stessa.

[Enrico Bossi]

Supernightshot di Gob Squad

Questo lavoro di Gobsquad, che fa ironia sui reality show, ha certo dei pregi: se la TV fa sembrare che tutto sia altrove, ebbene, proviamo a far collassare tempo e spazio della TV sul qui ed ora dello spettatore. Sapendo che la TV è dove sei tu, ma appena appena spostata quel tanto che basta per non riprenderti, ti sorprendi a dire: come vorrei esserci dentro, che vuol dire: come vorrei essere a due metri da qui! E questo ci rivela il valore delle nostre debolezze. I Gobsquad riescono poi a far capire con rara sintesi ed efficacia cosa sia l’inautentico della TV mostrando un bacio sulla bocca coccolato avidamente dalla telecamera e dalla musica, che in realtà è un bacio dato a un pezzo di plastica. Prolungato (bravissimi, è per questo che funziona).
Poi, col mostrare sullo stesso schermo quattro diversi video in diretta, riescono a far capire a chiunque la necessità e l’onnipresenza della regia nei video: mi sto perdendo tre quarti di realtà! Vorrei scegliere io quale sonoro ascoltare! Mostrandoci una realtà che conosciamo, capiamo come ci sia molto di più da vedere rispetto a quello che appare in video. Claustrofobia, ah come vorrei allargare con le mani a quella telecamera il suo occhio troppo stretto!
Su questi punti il messaggio è chiaro, e non è poco. Ma restano dei dubbi sull’operazione: tutto questo avviene al prezzo della noia. Mi si vuole prendere in giro obbligandomi a guardare un reality? Ma se so fin dall’inizio che lo è! La noia è identica a quella che provo davanti al Grande Fratello.
Questo tipo di spettacoli, come quelli di Roger Bernat, genera reazioni molto diverse a seconda che si aderisca al gioco oppure no. Qui sta il punto: questa adesione che spazi ha? Empire di Warhol – con tutti i distinguo che volete – pur essendo provocatorio permette uno spettro ampio di reazioni, dalla suspense alla mistica alla noia, Supernightshot permette una apertura di qualche tipo nel mentre? O la sua leggerezza gli si ritorce contro, e la noia prevale su tutto? È uno dei rischi di ciò che fa ironia senza divenire parodia, sedendosi a giocare su quel sottile confine.


[Enrico Bossi]


Finale del Mondo di Teatro Sotterraneo

Quando il mondo finirà non spegnete la tv
Stadio “Mazzola”, Johannesburg, provincia di Rimini.
11 luglio 2010, ore 21.30

Poco più di quindici milioni di italiani sono davanti alla televisione per scoprire chi, tra Olanda e Spagna, riuscirà ad alzare al cielo la Coppa del Mondo. Con ogni probabilità rammaricandosi del fatto che, davanti ai loro occhi, non ci sia nessuna casacca azzurra a giocarsi la partita più importante degli ultimi quattro anni.
In realtà, in un piccolo stadio della provincia romagnola, quello del Santarcangelo Calcio, due italiani sono davvero in campo.
Sono solo in due però, uno vestito completamente di bianco e uno vestito completamente di nero, a darsi battaglia su un rettangolo verde, senza nessun altro intorno a loro. Sulla tribuna ospiti, un tifoso, dando le spalle al campo da gioco e armato di fumogeni e petardi, sventola una bandiera spagnola seguendo la vera finale su un minuscolo televisore quattordici pollici.
Ad osservare il tutto, qualche centinaio di persone sedute sugli spalti, in attesa che alle 21.55 inizi il radiodramma inscenato da Teatro Sotterraneo. Due speaker prendono la parola in diretta su Radio3 Rai e fingono (ma chi ascolta dalla radio potrebbe non capirlo subito) di essere in collegamento con un inviato in Sudafrica, alla caccia di un presunto attentatore che vuol far saltare in aria l'intero Soccer City Stadium.
Un ritmo da telecronaca calcistica, l'attentatore che cerca di avvicinarsi al rettangolo di gioco con gli stessi movimenti con cui un calciatore si avvicina alla porta, dribblando poliziotti e incroci come fossero centrocampisti e stopper, in un crescendo di tensione che fa domandare allo spettatore come andrà a finire il suo tentativo. Un ritmo che non annoia, quasi senza pause, che coinvolge e lascia poco tempo per domandarsi come, dall'altra parte del globo, stia realmente andando la finale.
Poi, improvviso, un vero e proprio collasso spazio/temporale. Lo stadio di Santarcangelo diventa a tutti gli effetti lo stadio di Johannesburg: l'inviato e l'attentatore si palesano davanti agli occhi del pubblico, interrompendo l'estenuante partita uno contro uno.
La radiocronaca si fa racconto, l'attentatore entra in campo, si piazza con la sua valigetta nera nel centro esatto del rettangolo di gioco, tira fuori in un silenzio quasi innaturale l'asta di un microfono e inizia a cantare, a cappella, The Show Must Go On.
Ed è forse questo il messaggio ultimo che il Teatro Sotterraneo ci vuole lasciare, la logica della televisione e dell'audience, dei poco più di quindici milioni di italiani davanti allo schermo, senza che nessuno si possa permettere di interrompere lo spettacolo a cui stanno assistendo, qualsiasi cosa succeda.
Finale del Mondo termina così, uno spettacolo che ha parte della sua forza proprio nella sua straordinaria unicità (non potrà essere mai più rappresentato, visto che verrebbe a mancare la contemporaneità con la partita conclusiva di Sudafrica 2010 e conseguentemente tutto il gioco di ambiguità creato) mentre, nelle piazze spagnole, sta per impazzare una festa aspettata un a vita intera.

[Paolo Bottiroli]