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Fanfole di Nicola Villa

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Riconoscersi per agire + Incontro con Goffredo Fofi + Laboratori / Micro

via www.santarcangelofestival.com

illustrazione di Rojna Bagheri, Valeria Prosperi, Chiara Raimondi

Santarcangelo 40 conclude il suo percorso con un convegno che pone una questione: “Chi è il mio prossimo?” La domanda va oltre il festival e va oltre l’arte, interroga una dimensione profonda e allo stesso tempo epidermica: affrontare il contatto con la realtà quotidiana e chiedere prima di tutto a noi stessi e al proprio agire di essere disponibili all’apertura. In prima battuta bisogna, per capire meglio, rispondere alla domanda: “Il prossimo, in quanto uomo, può essere chiunque?” La retorica dell’accoglienza può suggerire una soluzione perbenista ed ecumenica, ma non sono i tempi di risposte generaliste e noi sentiamo il bisogno di addentrarci maggiormente nell’enigma della prossimità. La ricerca del compagno di viaggio non può essere iscritta solo nel campo semantico dell’empatia. Il discorso deve superare l’immaginarsi accanto – narcisisticamente – nel fare, per riguardare la fatica di un ragionamento su quale sia la visione, o l’eversione, da intraprendere. “Chi è il mio prossimo?” è una questione che spinge a riconoscersi per agire: è dunque una domanda identitaria e rischiosa, ma è una condizione essenziale perché esista comunità – senza derive familistiche – ed è il nodo critico da sciogliere perché si possa parlare di “lotta”. É necessario accettare il dialogo con una questione così intima, così penetrante da raggiungere la sensibilità personale e di gruppo: “l’altro” è sulla soglia del proprio mondo personale, sta a noi capire cosa praticare su quel confine, capire quanto siamo disposti a “perdere” dei nostri ego per guadagnare nella sporcizia di somme imperfette, in cui spesso sappiamo qualcosa di ciò che lasciamo e poco di quel che troveremo. Su questo si staglia la questione dell’arte, chiamata qui a dare la propria illuminazione. Ma la verticalità di un’opera può intersecare il piano orizzontale delle relazioni? Esistono incroci come questi, da riconoscere quali luoghi di vita in cui incontrare il proprio prossimo? Non tutte le opere riescono a raccogliere le sfide di questo presente, limitandosi a una funzione ornamentale. Distinguere e scegliere, seppur orientandosi secondo la propria visione delle cose, è fondamentale per farsi un’opinione. E per continuare a interrogarsi sull’enigma della prossimità, in quest’epoca di mutazioni, ma allo stesso tempo carica di passioni.

[Nicola Ruganti]


Questo numero di “Nero su Bianco” traccia una linea, un percorso all’interno del festival proprio alla ricerca di parole e azioni che dialoghino con la domanda focale “Chi è il mio prossimo?”.
Abbiamo lavorato con le illustratrici della Scuola del libro di Urbino, la possibilità di futuro attraverso i laboratori con i bambini di Hamelin e Silvano Voltolina, ci siamo fatti raccontare da Stefano Isidoro Bianchi di “Blow Up” e da John Vignola come si può continuare ancora a scovare e raccontare voci e suoni nel mondo pur spappolato dell’economia musicale. L’ultima biografia che raccontiamo è quella di Rabih Mroué e Lina Saneh, artisti libanesi immersi nei conflitti della loro terra e alla ricerca di un prossimo possibile. Apriamo il numero con “Nero su Bianco live”: un confronto con Goffredo Fofi sulla fine del trentennio Craxi-Berlusconi, attraverso la crisi di questi nostri anni.

17 luglio 2010
Dopo lo spettacolo – Incontro con Goffredo Fofi


illustrazione di Chiara Raimondi


Volevamo fare il punto, interrogarci sullo “stato dell’arte” dall’interno di un festival che ha affrontato la questione presentando opere diverse, non solo teatrali. Complice l’imminente mattinata del Premio Lo Straniero abbiamo incontrato Goffredo Fofi, e con lui rimesso al centro alcune domande emerse in redazione durante i giorni di festival. Si parla di cultura, di arte e di “fine dello spettacolo”, inteso come notte bianca collettiva che dura da un trentennio. Ritorna al centro la stessa domanda, “che fare?”, qui declinata secondo il “chi è il mio prossimo” che muove Santarcangelo 40.

Siamo alla fine di un trentennio terrificante e stiamo assistendo a una trasformazione della quale non possiamo prevedere gli effetti. La crisi del 2008 non è transitoria: è la fine di un modello economico, quello affermatosi alla fine degli anni Settanta e nei primissimi Ottanta e di cui la prima conseguenza è stata la caduta dei muri, la fine dell’impero sovietico e la nascita del modello della finanziarizzazione dell’economia, dell’arricchimento facile e della prevalenza assoluta del libero mercato. La trasformazione di tutti in consumatori. La cultura si è affermata come riempitivo, per non affrontare i problemi e viverli sempre in forma accessoria, per ignorare le proprie richieste e insoddisfazioni, fino a non comprenderle più. Quello che resta dopo il disastro è poco e trovare punti di riferimento positivi sarà difficile.
Cosa accadrà adesso che la società dello spettacolo è in crisi? In questa società consumare spettacolo e consumare cultura è diventata una nuova forma di oppio del popolo. Consumo e consenso sono le due facce del potere.
Adorno nei Minima Moralia scriveva che la piccola borghesia si crede depositaria dell’umano: ormai tutto è “piccola borghesia”, è il genere dominante. Oggi il ciclo è chiuso e si autoalimenta: chi produce un’opera la stampa, la diffonde, la consuma, è sempre la stessa persona.
La comunicazione è diventata tutto. Guardiamo all’università. La cosa più abominevole di questo trentennio è la riforma universitaria che ha visto al suo centro la nascita delle scienze della formazione e della comunicazione. “Formazione” vuol dire dare forma, come l’argilla che viene messa dentro una fornace ed escono fuori i mattoni. Dalla formazione viene fuori una cultura di robot che danno vita ad altri robot, con una forma ben precisa, per questo la parola formazione mi fa schifo.

Che fare, allora? L’eterno problema. La storia è fatta da epoche di “febbre” – io le chiamo così – che si alternano a epoche di quiete. Abbiamo vissuto un periodo di stasi lunghissimo che sta per finire. Oggi, io credo, la riconquista di un discorso minoritario intelligente è l’unica strada possibile. L’arte non è comunicazione: ha avuto sempre una funzione di profondità, di messa in discussione dei temi fondamentali dell’inquietudine umana.

Le arti hanno il dovere di porre delle domande e di suscitare inquietudini. Credo che l’unica formula utile per l’artista sia quella che Gesù dice ai suoi discepoli: «Siate candidi come colombe e astuti come serpenti». Carmelo Bene, per fare un esempio, era certamente così, non era cinico come sembrava: l’arte che perseguiva era l’Arte con la A maiuscola. Voleva essere un sacerdote dell’arte, ma si sapeva far pagare. L’artista è una figura “inutile” e parassitaria per definizione: produce oggetti culturali che sono nell’aria, entrano nelle menti, non sono monetizzabili. Dobbiamo distinguere chiaramente quello che è comunicazione da quello che è arte. La comunicazione serve solo a riempire le pagine culturali di giornali come “Repubblica”.

Nel ciarpame della società dello spettacolo milioni di giovani a cui non viene dato lavoro vengono parcheggiati nel campo artistico: li si spinge a recitare, a cantare, ballare o a scrivere per riempire il tempo, ma poi, raggiunta una certa età, si dice loro: ora basta, siete adulti, cavatevela da soli. Ovviamente non tutti possono essere artisti. Una delle tragedie del nostro tempo è non capire quali sono i propri talenti. Ognuno deve capire qual è il proprio piccolo frutto e accontentarsi di chiedere il massimo da quello.

Il vero problema per gli artisti è quello del confronto con il loro piccolo mercato, perché un artista senza spettatori soffre molto. Ma oggi il pubblico non può che essere un pubblico piccolo e che ci somiglia. L’arte deve intrecciarsi con l’educazione – non nel senso di dare le soluzioni, ma aiutare a porre le domande. Oggi il pubblico è rincoglionito da trent’anni di Berlusconi, Maria de Filippi, Veltroni, D’Alema, Bertinotti, di Rulli e Petraglia, di Ozpetek, delle sorelle Comencini. Siamo tutti rimbambiti, anestetizzati. In questi trent’anni ci hanno tolto la capacità di reagire: siamo stati addormentati dal benessere. Che ci sia stata della gente che ha resistito è un miracolo. Prima o poi bisognerà chiedere il conto a tutti quelli che si sono piegati a questo sistema, che hanno collaborato a castrare i giovani, a toglier loro la capacità di pensare, di inventare, di indignarsi, e soprattutto di reagire. Credo che il compito delle avanguardie sia un po’ questo: avvistare la novità assoluta, l’apocalisse, che può però essere positiva o negativa. L’artista dev’essere colui che vede prima. Il compito del critico è quello di stargli dietro, in un dialogo costante.
L’artista deve cercarsi il proprio pubblico. L’arte di arrangiarsi è oggi fondamentale per gli artisti, che devono essere imprenditori e persino imbonitori di se stessi. I soli film belli che circolano oggi sono stati fatti così. Gus Van Sant, i Cohen, Andrzej Wajda, i Dardenne, per esempio, girano il mondo con un progetto, presentandolo alle televisioni, a istituti e fondazioni varie, a distributori, e alla fine costruiscono il cosiddetto “pacchetto”, cioè trovano i soldi per produrre il film esattamente come vogliono loro. Sono film estremamente autonomi e individuali. Per quanto riguarda la distribuzione, poi, il discorso è ancora più difficile. Occorre inventarsi il proprio pubblico, quello che può essere davvero interessato al tuo discorso. Ovviamente, sarà un pubblico non vastissimo. Oggi non è possibile parlare alle masse. Bisogna ripartire dalla dimensione del gruppo, che è l’unica dove si può innescare una forza critica, avere delle discussioni interne anche feroci. Le discussioni sono salutari: se tutti sono d’accordo con te, sei finito.

Chi è il mio prossimo? Non credo esattamente nei maestri. Credo che non ce ne debba essere solo uno ma che ce ne siano tanti. Più che di maestri, preferisco parlare di fratelli maggiori. Il mio prossimo, allora, sono i fratelli minori. I fratelli minori sono quelli che vanno aiutati nel tirar fuori le loro potenzialità, la loro bellezza, e possono essere quindi i bambini, gli immigrati, e vanno considerati appunto come fratelli, non come allievi, o – secondo il concetto cattolico – i destinatari della carità. Per quello c’è il welfare. Noi dobbiamo individuare i fratelli minori che ci interessa di più aiutare e lavorare con loro e per loro. Oggi i bambini crescono senza sapere più quali sono i loro limiti, così quando diventano grandi e scoprono che la società è orrenda diventano isterici, dei grandi depressi, dei grandi ladri o dei robot che inseguono il corso delle masse.
Camus diceva che non bisogna mai disprezzare le masse, perché anche noi ne facciamo parte. Non bisogna mai pensare se stessi come dei superuomini. Semplicemente bisogna capire quello che è possibile fare e dare il proprio contributo al cambiamento. Camus diceva: “Mi rivolto, dunque siamo”. La rivolta nasce sempre individualmente, per ingiustizia subita o vista subire da altri, ma ha senso solo se è fatta per tutti e nel nome di tutti. Nonostante le mie pratiche si svolgano in un ambito minoritario, la mia preoccupazione principale sono le masse. Si ha il dovere dell’ottimismo. Come diceva Gramsci, occorre praticare il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

a cura della redazione di “Nero su Bianco”

17 luglio 2010
Laboratori / Micro

illustrazione di Chiara Raimondi


A muro libero

“Quando la direzione artistica del festival mi ha chiesto di presentare un progetto per Santarcangelo 40, aveva sottinteso una relazione diretta con gli spazi urbani. A me è venuto subito in mente un lavoro incentrato sul concetto di proprietà che sto ideando insieme a Ericailcane. Così è partito Mio. Due le idee iniziali: l’orso disegnatore a cura del writer e un telo rosso come luogo della rappresentazione”. Silvano Voltolina precisa in questo modo la natura del laboratorio condotto a Santarcangelo nelle due settimane prima del festival. I protagonisti delle performance diffuse per il paese sono nove attori fra gli 8 e i 10 anni, “che da professionisti maturi si sono assunti ogni responsabilità – racconta Silvano Voltolina – per esempio nell’ottenere le concessioni per i murales, semplicemente chiedendo il permesso porta a porta. In Mio ho lavorato su ciò che tutti possediamo sin dalla nascita: il nome”. Per farlo Voltolina ha chiesto ai bambini di Santarcangelo di esplorare i verbi “avere” e “essere”, e restituire in cambio una “cartografia emotiva e infantile”, disegnata, colorata sui muri e messa in scena attraverso alcuni esercizi teatrali appresi nel laboratorio. “Non solo riscaldamento: abbiamo strisciato sui muri del paese, giocato con le ombre, osservato gli anziani che giocano a carte, tutti gesti di un passato che non c’è più”, ma che serve per capire il presente. E non solo ai bambini. Necessario a questo proposito il riferimento a Federico Moroni, pittore santarcangiolese che portò la vita dai campi in classe – animali compresi – chiedendo ai piccoli di disegnarla per capirla. Metodo appreso e riproposto in Mio prima nel laboratorio e poi nell’intervento di arte urbana. Così agli spettatori del Festival è capitato di imbattersi in un coro di piccoli interpreti vestiti di rosso che spiegavano ai grandi come si sta al mondo. Seduti su un muretto di pietra o sdraiati per le vie del paese, senza alcun timore di un giudizio, i bambini hanno dichiarato i loro intenti (non lavarsi i denti e scaccolarsi liberamente prima di tutto) e una loro descrizione, poco importa se parecchio fantasiosa: “Sono Alessia, sono bella, alta e simpatica, ho una macchina anche se è di mio papà, ho una casa anche se i muri sono della città…” Non indisciplinati, semmai furbi, quasi strafottenti, ottengono tutto ciò che vogliono, e se proprio non riescono, se lo immaginano. E forse dovremmo imparare a farlo anche noi.

[Martina Melandri]

Oltre il giardino. Un pomeriggio con i bambini del laboratorio di Hamelin

Ma cosa ci faccio in mezzo a un’orda vociante di cinquenni e ottenni che si allontana dalla protettiva torre santarcangiolese? Ad alcuni i genitori hanno affidato un bottiglione d’acqua come se si dovesse attraversare il deserto; altri bambini non fanno che chiedere quando si arriva, quanto manca, per quanto abbiamo camminato, quanti chilometri si possono fare in tre ore (boh!), che alla fine tutti devono andare a fare pipì. Si tratta del laboratorio per bambini condotto dall’Associazione Culturale Hamelin, splendida realtà pedagogica bolognese che vitalizza scuole e biblioteche con laboratori sulla letteratura e che ogni primavera realizza il festival di fumetto “Bil Bol Bul”. Il laboratorio è una sorta di neo-alfabetizzazione urbana e extraurbana per quei bambinetti che vengono portati al pronto soccorso se si sbucciano un ginocchietto, hanno paura anche dei grilli, sono allergici a tutti i tipi di pelo e intolleranti a quasi tutti gli alimenti. La seconda tappa del laboratorio, quella alla quale partecipo, è dedicata alla campagna ammaestrata dall’uomo: l’orto. Subito individuo nel gruppo, adottando il mio sguardo antropologico, la più antipatica – quella brava che risponde per prima a tutte le domande, che sa tutto, ha visto tutto, a cui i genitori hanno comprato tutto – e il bambinetto più simpatico – quello che, grazie a Dio, se ti distrai lo r itrovi a mangiare l’erba o a spiaccicare crudelmente un lombrico. La nostra meta, che raggiungiamo in fila sbilenca per due, è un orticello lussureggiante di una casa contadina tipicamente romagnola e accogliente. Seduti sul prato, mentre sfogliamo dei meravigliosi libri d’illustrazione sul tema delle piante e degli ortaggi, mi ritrovo ad abbandonare il mio atteggiamento volutamente scettico e idiosincratico verso i pargoli e a partecipare attivamente al laboratorio, anzi a divertirmi proprio e a scoprire cose che proprio non sapevo: ad esempio le foglie della pianta del cetriolo sono morbide e fanno rumore al tatto. Gli educatori di Hamelin sono bravissimi a dare libertà e autonomia ai bambini e a disinnescare le domande più scomode come “perché quel gallo è salito su quella gallina e le ha morso il collo?” Sì, perché non ci sono solo melanzane e insalate in questo orto, ma è proprio una fattoria con i pulcini, i cani, le quaglie e le tartarughe di terra. Alla proposta di fare una visita all’albero del fico tutti rispondono entusiasti e mangiano, che se le loro madri li avessero comprati al supermercato, non si sarebbero avvicinati neanche morti, sono sicuro. Insomma non vi starò a dare conclusioni speranzose, alla fine di questo laboratorio, che i bambini sono i nostri prossimi, che è per questo che mi sono improvvisato vigile urbano per farli attraversare la via Emilia, che sono il nostro futuro, che ho visto le cose attraverso i loro occhi e che ho imparato da loro. Ma solo che mi sono ritrovato stupito e divertito con loro, e ho ritrovato un piccolo bagliore d’umano.

[Nicola Villa]