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Fanfole di Nicola Villa

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Hanno tutti ragione di Sorrentino

Pubblicato qualche tempo fa sullo Straniero

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“Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”, in queste cinque frasi iniziali, inizio di uno sfogo di saggezza, è sintetizzata l'essenza del personaggio della vita-recita di Tony Pagoda, protagonista assoluto e unico one man show di Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 319 pagine per 18 euro), prima prova narrativa di Paolo Sorrentino. Tony Pagoda – nel quale si leggono somiglianze e rimandi al Tony Pisapia, protagonista del primo lungometraggio del quarantenne regista napoletano, L’uomo in più (2001) è un cantante e autore di canzoni da musica leggera, un neomelodico, che negli anni sessanta e settanta ha avuto successo, donne e coca, ha cantato all’apice della sua carriera davanti a Frank Sinatra a New York e ora affronta con ironia e caustica amarezza il suo invecchiamento e la collettiva decadenza del nostro paese in una memoria tortuosa, una biografia in cui flashback e attualità si confondono. Tony Pagoda deve il volto, il corpo e la mimica a un altro Toni, stavolta in carne e ossa, cioè Toni Servillo l'attore, il quale a sua volta deve buona parte della sua meritata fama ai film di Sorrentino come Le conseguenze dell'amore (2004) e Il divo (2008).

La sfumatura a cui si allude nella citazione è l'arte, e “l'arte è più importante della vita”, ma l'arte, cioè il talento, di cui Tony è l'unico possessore in una band scalcinata di quattro poco-più-che-dilettanti musicisti, è un problema e non salva da una vita a tratti assurda, a tratti tragica e decadente. La risposta a questa insensatezza dell'esistere è il vitalismo, il cinismo e l'ironia contro tutti e tutto: Pagoda ripercorre episodi e avventure picaresche, saltando in modo casuale tra essi nella memoria e nel passato vissuto tra Napoli e Capri, e, come un Falstaff moderno, giudica e sentenzia sugli uomini che ha incrociato senza risparmiare nulla, non essendosi risparmiato nulla a se stesso. Sentenze su sentenze che vanno di pari passo con le formulazioni dei tanti fallimenti a cui è andato incontro, in poche parole un piccolo borghese di talento che odia se stesso e i suoi simili, ormai placidamente. E  sono molti i simili, gli inadatti come lui alla vita, delle macchiette che quasi si sostituiscono in una narrazione che, non ambendo a diventare collettiva, racconta in modo tangente molto degli ultimi trent'anni italiani. Una galleria affolata e variegata: Mimmo Repetto, il maestro oracolare ultracentenario, Jenny Afrodite, il manager eroinomane, Titta Palumbo, il chitarrista fedele e ingrato, Rita Formisano, l'immagine della mediocrità della borghesia urbana napoletana,  Eleonora Fonseca, la baronessa sfatta e amarcordiana iniziatrice al sesso, Alberto Ratto, camorrista in fuga e al corrente di tutti i misteri irrisolti italiani, Fabio, la nuova leva del potere politico imprenditoriale, Tonino Paziente, l'eminenza grigia della mondanità e ruffianeria romana, Gegè Raja, lo scrittore senile e acuto. Relazioni, per lo più, non autentiche nelle quali è difficile distinguere sincerità e falsità e, grazie alle quali, è inevitabile rimanere ingabbiati nella solitudine più cruda e nera. C'è anche spazio per il dolore nello scoprire una vuotezza dentro l'altra. Perché è vero che “hanno tutti ragione”, come recita il titolo, ma tutti tentano anche di fregare il prossimo e non si accorgono della propria miseria: tutti così simili nella loro incapacità di comprendere se stessi e il mondo e tutti così soli mentre si mentono a loro stessi tranquillamente dalla più tenera età. Ma quando, dopo aver fiutato quintali di cocaina, Tony fiuta che i tempi stanno cambiando e che si sta per entrare negli ancora più merdosi e insensati anni ottanta, allora riesce a scartare di lato e a nascondersi più da se stesso e dai ricordi che dagli altri, esiliandosi per vent'anni in Brasile – perché “la libertà è dire sempre no” dopo una condotta di assuefante assenso al successo, al denaro, al sesso e alla droga. Prima a Rio e poi a Manaus, nel mezzo dell'Amazzonia a combattere con scarafaggi giganti, Pagoda ripensa alla sua vita e si trasforma radicalmente in un asceta finché non gli arriva la proposta di una reunion vintage e ridicola, al soldo di un neo miliardario potente e ignorante. Sembra un nuovo inizio per il cantante, ma è solo una parodia dello splendore e futile spettacolo passato, tanto che l'Italia è mutata a tal punto che il potere e lo spettacolo si confondono tra loro ormai.    

Lo stile di Sorrentino, come nella sua regia, è l'assenza di uno stile ben preciso, un mescolamento di tanto e tutto, tra citazioni e impennate corrosive, accumulazione grottesca fino all'inverosimile di formule e situazioni. Uno stile anche disturbante, ma riconoscibile e apprezzato da un pubblico abbastanza giovane che segue fedelmente al cinema l'evoluzione dell'opera di Sorrentino e ha fatto balzare in testa alle classifiche di vendita Hanno tutti ragione. Ciò non toglie che il romanzo sia riuscito e ben costruito e abbia la capacità di creare una commedia umana che, nonostante ripetitiva e prevedibile, resta struggente e tragica anche in certe conclusioni esistenziali: “la porca verità è che capisci cosa significa avere tutta la vita davanti quando quella si è posizionata tutta dietro”. La questione se un regista possa diventare uno scrittore e viceversa cade quando ci si trova di fronte a un autore come Sorrentino, per altro abituato da anni alla scrittura per film, che riesce con noncuranza a trasferire le sue urgenze e le sue ossessioni in un linguaggio diverso da quello consueto. Il modello più evidente e più alto è i Tropici di Henry Miller, ma anche il più recente La versione di Barney di Mordecai Richler, da cui è presa l'idea della biografia a ritroso in cui si confondono i piani temporali. Eppure quella che risalta di più, e stupisce, è una parte marginale ma importante, la descrizione della Roma di oggi, “ombelico sporco del paese” – della sua mondanità e della sua borghesia volgare e stupida – pagine degne del Flaiano di La solitudine del satiro e del Brancati di Diario romano, nelle quali Sorrentino fa coincidere decadenza e tramonto collettivo con quello del suo protagonista.