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Fanfole di Nicola Villa

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A spasso nel salotto del Pd romano

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 Il nuovo libro di Sandra Petrignani è un “Contromano” su Roma, una guida atipica alla città nella formula della passeggiata romana con alla base l’idea che il quartiere Trastevere, sulla sponda sbagliata di tarda urbanizzazione e popolare del Tevere, sia la rive gauche della città, sia stato il Greenwich village della capitale o il suo Saint German de Prés. E in mezzo il fiume (Laterza, 132 pagine per 10 euro) ha un andamento “ciriolante” – un vecchio verbo perduto del dialetto romano che deriva dalle ciriole, i pesci del fiume appunto – e dal Tevere, con il quale i romani hanno un rapporto irrisolto, arriva al Gianicolo passando per tutti i ponti della città, soffermandosi a lungo tra le vie di Trastevere e attraversando il Ghetto e Testaccio, in una sorta di ideale movimento dal basso verso l’alto (il Tevere infatti è in basso grazie agli argini costruiti dai piemontesi centocinquanta anni fa e il Gianicolo è il belvedere di Roma). L’itinerario della Petrignani è emotivo e il suo sguardo è sempre volutamente affascinato, con la testa in su dalla posizione under the bridge, mentre il sostanziale giudizio che Trastevere abbia conservato una particella del suo spiritus loci di quartiere intellettuale, artistico e bohémien sembra sempre più un luogo comune tanto da chiedersi se sia più raccontato che vero. Petrignani dipinge il village infatti come un paesone nel quale incontrare barboni, intellettuali e artisti che raccontano aneddoti sul quartiere e sull’anima trasteverina, sulla storia della città e quella nazionale, attraverso il cinema, il teatro (l’underground) e la letteratura. Assente la musica tanto che ci si deve aggrappare a una leggenda metropolitana su uno sconosciuto Bob Dylan suonante in un localetto di Via Garibaldi. Il problema non sta tanto in questa storia deficitaria della cultura, e forse mai raccontata esaurientemente, ma proprio nella natura salottiera degli incontri: la maggior parte degli incontrati, esclusi i mattacchioni e i clochard che fanno colore, appartengono a quella classe della media borghesia romana “de sinistra” di sponda Pd. Da Nanni Moretti a Lidia Ravera, passando per Beppe Sebaste, Ceccarelli, Ozpetek e Magrelli (ma sono molti e l’elenco completo è alla fine e abbastanza impressionante) sono loro i nuovi, ricchi, abitanti del centro di Roma che sembra ormai un salotto o una sede distaccata di un’unica grande redazione Repubblica-Unità, i due giornali più romani che esistano infatti. Da questo punto di vista E in mezzo il fiume è utile a capire il quotidiano della classe dirigente di una città che si è formata in anni di berlusconismo di sinistra alla romana, i regni di Rutelli e Veltroni, che si è appropriata della zona più in della città dispensando blande critiche alla avanzata del consumismo e del commercio. Del resto le poche osservazioni critiche sulla trasformazione dello spazio pubblico della Petrignani sembrano un requisito minimo per rientrare in una collana, “Contromano”, che vuole presentare sguardi alternativi, ma che spesso non ci riesce. Per il resto c’è un clima sempre ottimista, di chi non si sente in colpa per nulla e invece è responsabile di diversi anni di governo della città e di un’idea di potere politico e culturale egemonico non tanto distante da quella di Berlusconi. Mi spiego meglio: mentre a Roma per anni il centro è stata la vetrina culturale del potere di sinistra, si pensi solamente alla “Notte bianca” veltroniana, le periferie un tempo “rosse” si sono spostate sempre più a destra, come racconta l’ultimo libro di Siti Il contagio, creando il sostrato per la vittoria di Alemanno e le sue politiche di intolleranza sociale e austerity economica, dopo anni di sprechi mondani e politiche securitarie che scimmiottavano quelle di destra. Di questo contagio la borghesia romana del Pd non si è mai preoccupata non accorgendosi delle sue responsabilità e del fatto che era stata infettata anche lei nella deriva conformistica (proprio Moretti l’ha intuito interpretando Berlusconi in Il caimano): hanno una differente origine infatti l’intrattenimento televisivo e quello culturale? Quello che manca è davvero un cambio di prospettiva, di sponda, dalla rive droite a quella gauche, un’operazione che sia prima autocritica che blandamente critica e non “seduta” e borghese.            

Commenti

Nicola caro, mi piacerebbe aprire sul tuo bellissimo (slurp) blog, una discussione seria partendo dall'articolo di Nicola Lagioia, pubblicato sul Sole, dal titolo Manifesto per autori under 40 (8 agosto 2009). Con l'uscita di Saviano nel 2006, pensavamo tutti che fosse lui una nuova guida, e in parte lo è anche stato (Gomorra comunque ha indicato una strada che tutti abbiamo seguito), ma senza seguito. Oggi, ci rendiamo poi conto che sono scrittori molto più "piombati" come Lagioia, Braucci o Vasta a indicare un vero percorso, al di là dell'etichetta di New realism. Sono tanti gli spunti da cui partire. C'è una bellissima frase di Giorgio Vasta, all'interno del suo Contromano, cioè Spaesamento, che vale la pena riportare e di sentire come stride col Contromano della Petrignani. La riporto:"Siamo mescolati, dissolti, dunque non assolti. Siamo indistingubili da ciò che pensiamo di contrastare". Già e potrebbe essere un punto di partenza, da unire all'articolo di Nicola (l'altro). C'è anche Pavolini che, sull'ultimo Straniero, ha scritto delle belle riflessioni su Camus e sul rapporto stretto che aveva la sua generazione con l'esistenzialista contrapposto al rapporto quasi nullo che oggi abbiamo noi con l'esistenzialista. Si sposa molto bene questa riflessione di Pavolini, un invito a rileggere camus, con il libro di Vasta, dove il realismo di denuncia acquista quasi da subito il tono di una disfatta esistenziale. Esiste solo il realismo per raccontare storie dell'Italia di oggi? Ovviamente no, e Lagioia lo dice: il realismo è solo una conseguenza logica di due decenni, forse tre (e noi ne abbiamo cognizione solo da uno), di totale incoscienza. "La coscienza crea dolore, il dolore crea rabbia", dice Vasta. Mi domando anche qui, se ci si deve fidare, a conti fatti e credo di avere ragione con Vasta, di chi porta in un modo o nell'altro questa categoria, assoluta e dentro cui ci si può mettere di tutto, anche se chiari sono i limiti, nelle sue storie.
Caro stefen grazie del bellintervento. Alla presentazione del libro di braucci a firenze, la lukkesini ha detto che oggi si leggono solo libri con protagonisti eroici e libri come per se e per gli altri sono una sorta di risposta. Il protagonista di braucci e un personaggio allo zenit di un eroe perche e uno sconfitto, il suo iter messicano e come se avesse un doppio trascendentale. Sempre lukke ha detto che oggi e come se si contrapponesse a un neoromanticismo narrativo un ben più importante neoesistenzialismo. Lo stesso vale per vasta: e impossibile non vedere in spaesamento una radice ad esempio nello straniero di camus. Quello di vasta sembra un libro di autocoscienza antropologica collettiva: berlusconi e il risultato del nostro totale, ma e una somma zero. E come se ci si stesse svegliando da un grande sonno illusorio e si prenda coscienza solo adesso. Non a caso il fiacco dibattito sugli scrittori under 40 di questestate ha messo in luce la maturazione di lagioia che e sempre stato considerato uno dei migliori scrittori, ma mai come oggi la voce più cristallina e lucida della sua generazione. Non so se la chiave e il realismo, di cui tutti si sono accorti, e il coraggio e lumilta di mettersi profondamente in gioco, ma il punto di partenza e ancora una volta camus, e solo lo straniero (che sappiamo quanto poco letto) ha celebrato il suo anniversario.