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Fanfole di Nicola Villa

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La questione operaia

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 L'otto settembre, mercoledì scorso, nessun giornale ad ampia diffusione nazionale, riportando la notizia della contestazione violenta al segretario della Cisl Bonanni, ha suggerito i motivi della contestazione. Perché è stato contestato Bonanni? Un vuoto mediatico, da questo punto di vista, come se durante le feste di partito estive, nei triti, insopportabili salotti para-televisivi, fosse scoppiata la moda della contestazione gratuita e squadrista, a detta del Pd la cui festa torinese è stata la più colpita: oggi Bonanni, ieri Schifani, domani chissà. Enrico Letta dal palco ha apostrofato i contestatori come antidemocratici. Nei giorni successivi si è scoperto che forse la lanciatrice del fumogeno che ha bruciato la giacca di Bonnani sia riconducibile ai centri sociali. Comunque tutti hanno condannato l'aggressione: da sinistra, appunto, i contestatori sono stati etichettati come fascisti antidemocratici che non fanno parlare chi la pensa diversamente, e da destra si è revocato strumentalmente il pericolo del ritorno del terrorismo rosso. Tutto troppo facile da spiegare, ma una domanda resta: perché è stato contestato Bonanni? La violenza va sempre stigmatizzata, ci mancherebbe, ma quando si parla di temi riconducibili alla questione operaia i media sono abilissimi a confondere le acque o semplicemente a omettere alcuni dati fondamentali. Perché il motivo per cui questa domanda rimane insoluta risiede proprio nel tema degli operai nel nostro paese.

La lettura di Diario operaio (ediesse, 161 pagine per 10 euro) di Rinaldo Gianola, vicedirettore dell'“Unità”, può essere utile in questo momento per capirci di più su tutta la questione, già definita dal sottotitolo: “La condizione del lavoro nella crisi italiana”. Gianola ha raccolto le inchieste pubblicate sul suo giornale dando una mappa abbastanza esauriente dell'anno della crisi, il 2009, ravvisando innanzi tutto un problema culturale e mediatico: crediamo di vivere in una società post-industriale senza classi, ma in Italia oggi ci sono circa 7 milioni di lavoratori, di cui la metà impiegata nell'industria manifatturiera (nonostante tutto il nostro paese è la seconda potenza industriale europea dopo la Germania). I dati della crisi in Europa sono gravissimi: 7 milioni di disoccupati, mentre in Italia abbiamo un tasso del 10 per cento. Gianola, inoltre, sottolinea il paradosso, in questo momento storico, di crisi del capitalismo mondiale profetizzata dai marxisti e della totale assenza della sinistra soprattutto italiana, non andando leggero sulla miopia e la poca lungimiranza politica proprio del Pd (un partito che semplicemente non si capisce da che parte sia: capitale o lavoro? Socialismo o barbarie? Si sarebbe detto in passato). Inoltre Gianola analizza varie situazioni paradigmatiche della crisi italiana, visitando i vari poli industriali italiani, andando a parlare con i cassaintegrati in lotta, analizzando quella che è una vera e propria disgregazione del tessuto sociale: “Se perdi il posto la vita è difficile, non c'è dignità”, dice un licenziato brindisino con lapalissiana ovvietà. Tutte le varie realtà che Diario operaio racconta sono dei paradigmi efficaci che spiegano i danni della globalizzazione e della speculazione irresponsabile. Come in Sardegna, dove l'Alcoa (alluminio) ha visto la fine dell'economia di Stato, l'ingresso e la fuga attuale delle multinazionali, oppure la Vinyls, azienda chimica sull'orlo del disastro, della quale i lavoratori sono riusciti a rompere il muro del silenzio con l'occupazione dell'isola dell'Asinara e l'invenzione di una intelligente strategia comunicativa (il reality purtroppo vero che stanno vivendo ha da poco superato i 200 giorni). In Sardegna la promessa berlusconiana del modello billionaire, lo sfruttamento turistico estremo delle coste, è rimasta la favoletta elettorale per sconfiggere un'isolato Soru. Sono molte le realtà affrontate: la speranza del lavoro nero a Brindisi dove c'è la più grande centrale elettrica d'Italia, la Federico II; il tramonto sul distretto del divano di Altamura-Gravina-Matera, dopo gli anni novanta floridi dovuti alla svalutazione della lira; il paradiso perduto della lavatrice a Fabriano, l'Indesit (ex Ariston) finita sotto la “Legge Marzano” un indotto di quasi 8mila lavoratori a rischio per colpa della concorrenza internazionale; la crisi dell'acciaieria di Piombino, dove si è passati da 7 a 2mila lavoratori in pochi anni e i licenziati non sanno più contro chi lottare perché il padrone è un multinazionale russa o tedesca; la battaglia del collant in Emilia dove “Golden lady” vuole delocalizzare in Serbia lasciando a casa più di 300 dipendenti tutte donne; la solidarietà delle lavoratrici della “Loro piana” (cachemere) in Valsesia che hanno fatto un patto di solidarietà contro i licenziamenti; la vita da stagionale delle operaie impiegate nell'industria dolciaria di Parma, una vita peggiorata dalla crisi e dalle imprese senza responsabilità; la truffa dell'Eutelia di Arezzo, una compagnia telefonica e informatica di cui i proprietari sono accusati di appropriazione indebita di 33 milioni di euro e hanno pagato dei vigilantes privati per sgomberare i lavoratori in sciopero; l'apparente benessere della Brianza berlusconiana, la Silicon Valley italiana, incrinata da vicende emblematiche come quella della fabbrica Yamaha di Gervo di Lesmo, chiusa il giorno dopo la vittoria al mondiale di Valentino Rossi (che guida la moto prodotta dalla casa giapponese); l'enorme speculazione edilizia di Milano, con 12mila imprese edili, 70mila lavoratori di cui 43% stranieri e un nero sommerso su cui i costruttori speculano in vista anche dell'Expo del 2015; la fine del mito del Nord-Est leghista dove la storica Marzotto di Valdegno (fabbrica tessile fondata nel 1836!) da migliaia di lavoratori è arrivata a 520 e rischia di chiudere per tutti i debiti; l'agonia di Porto Marghera, testimonianza di una totale assenza di una politica industriale. In tutte questi schizzi di situazioni industriali e lavorative, va detto, è comune la presenza di sindacalisti (sempre la Fiom per i metallurgici, ogni tanto la Cgil) e sacerdoti (qualche prete o vescovo illuminato) che, con le varie strutture e associazioni, tentano di tenere insieme il tessuto sociale, di mettere una esile toppa ai danni del capitalismo.

Anche nel caso di Pomigliano ci sono questi soggetti e alcune situazioni comuni alle altre, con l'aggiunta che, come scrive Gianola, “stiamo perdendo per strada un pezzo d'Italia e forse l'abbiamo già perso”, cioè la differenza tra nord e sud, proprio nel caso della fabbrica Fiat, sembra realizzare i sogni più egoistici di secessionismo padano. Lo stabilimento Giovan Battista Vico è anomalo: era dell'Alfa che vi ha prodotto la 159 e la 147 fino a ieri, mo delli vecchi senza incentivi, conta più di 5mila operai (su una popolazione di 43mila abitanti) e ha perso dal 2003 più di 2500 lavoratori, mentre la cassaintegrazione è iniziata nel 2008. Il piano di rilancio di Marchionne, amministratore delegato della Fiat, è tutto sbilanciato a favore dell'azienda e non si sa se sarà di vantaggio agli operai in un mercato ormai molto concorrenziale. Inoltre il piano di Marchionne può essere visto come un ricatto: spostamento della produzione della Nuova Panda e della 500 dalla Polonia a Pomigliano in cambio di turni di lavoro massacranti, nessuna possibilità di sciopero, riduzione dei salari (il famigerato Wcm di cui si vedranno le conseguenze nei prossimi anni). I sindacati maggiori, tranne la Fiom, hanno ceduto, ed anche agli operai è stato posto il quesito con un referendum ai limiti dell'incredibile, come se si fosse chiesto: se volete lavorare, votate “si” al nuovo piano, altrimenti tutti a casa. Il tutto è stato condito con una campagna mediatica a favore della Fiat, secondo la vecchia leggenda metropolitana per la quale se la fabbrica degli Agnelli corre traina il paese, quando nella realtà è tutto il contrario: è lo Stato che inietta regolarmente denaro nelle casse della casa automobilistica di Torino, basti vedere il sistema degli incentivi con soldi pubblici per l'acquisto di nuove automobili. Una campagna mediatica con sfumature antropologiche fasulle, contro il meridione e i suoi lavoratori, accusati di assenteismo e di scarsa voglia di lavorare, rispetto a quelli del nord.

Insomma per tornare all'inizio ecco la risposta alla domanda: Bonanni è stato contestato perché il suo sindacato non ha curato gli interessi dei lavoratori. La contestazione, sbagliatissima perché violenta, è la prova che esiste conflitto sociale, cioè che esistono le classi in questo disastrato paese. Perché il Pd non riesce a distinguere, oltre a condannare giustamente i metodi di lotta violenti perché esasperati, dove il giusto e lo sbagliato, dove sono gli sfruttati e gli sfruttatori, da che parte stare?

Il problema è più vasto e non riguarda solo le nostre scaramucce: mai nella storia dell'uomo, come oggi, il potere e la ricchezza sono concentrate in pochissime mani: si tratta di poche decine di migliaia di proprietari di multinazionali grandissime, persone che decidono della vita di 6 miliardi di individui. Non si è mai vista una tale disparità e ingiustizia, un tale sfruttamento delle risorse e una totale rassegnazione da parte della maggioranza degli sfruttati. Cosa vogliamo fare?