Fanfole - Fanfole

Fanfole di Nicola Villa

RSS Feed

Elogio della lettura di Petit

In un periodo in cui la pubblicistica culturale dei giornali si interra sul reale o presunto inizio dell’era digitale del libro, più per motivi economici (degli editori) che per altro, lo studio dell’antropologa francese Michele Petit, Elogio della lettura, riporta l’attenzione non sul media, il libro, ma sull’azione, la lettura. La curiosità spasmodica e la concentrazione mediatica sugli e-book fa pensare al celebre proverbio orientale “quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”, nel quale il dito potrebbe essere la metafora dei nuovi libri digitali e la luna invece è proprio la lettura. Lo studio della Petit è nato negli anni novanta da una commissione ministeriale sulle abitudini di lettura e sull’importanza delle biblioteche come spazio pubblico, ma le interviste raccolte in zone urbane problematiche e aree rurali sono solo uno spunto di un’analisi sulla “costruzione del sé” che si fa apprezzare per il suo stile divulgativo libero da inutili accademicismi. La “costruzione del sé” è proprio il sottotitolo di quest’opera perché la sua autrice si intteroga su cosa accade quando si apre e si legge un libro, come ne veniamo cambiati e qual è il ruolo della lettura oggi. Una ricerca che utilizza gli strumenti dell’antropologia per arrivare a quelli della psicoanalisi: il punto di partenza è Levi-Strauss e quello di arrivo è Freud. Se da una parte infatti la scrittura è sempre in rapporto al potere, lo rafforza e lo demistifica anche nell’intrattenimento, dall’altra la lettura è il luogo che ospita l’immaginario e l’identificazione, il primo necessario per l’azione nel mondo che senza immaginazione non ci sarebbe e la seconda come appropriazione che struttura l’individuo. Ci dice Petit che la lettura mette in moto la simbolizzazione, cioè una necessaria liberazione attiva dall’incosncio alla coscienza e cita Proust che diceva molto banalmente che “ogni lettore legge se stesso”. Ad esempio per alcuni studenti di una scuola di una banlieu parigina l’incontro con la lettura aveva coinciso con la scoperta scioccante che l’eroina della Carmen di Merimeé è di fatto una zingara, un emarginata sociale nella quale si erano immedesimati. Perciò la letteratura è uno spazio privilegiato dalla trasgressione, anche dalle sovrastrutture sociali, ma c’è anche qualcosa di più profondo che ne deriva e che Petit mette in luce: il racconto ha il suo ruolo di lenire le sofferenze, di portare a una sublimazione culturale, una elaborazione del lutto per la quale i libri sostituiscono la perdita. La lettura ha quindi anche il ruolo fondamentale di riparare il dolore e come diceva Ricoeur: “l’intera storia della sofferenza grida vendetta e chiede di essere raccontata”.
 Elogio della lettura ha inoltre il pregio di far riflettere sull’importanza delle biblioteche come spazio libero non autoritario e sulla paura del libro che ancora esiste anche nel nostro culturalmente avanzato occidente. Esagerando si potrebbe dire che con la scomparsa della piazza dalle città, la biblioteca è diventato l’unico spazio pubblico ancora vivibile e non corrotto dal mercato. Rispetto alla scuola, la biblioteca è un vero mediatore non autoritario nei confronti dell’incontro dei giovani con la lettura: i libri a scuola, non è un luogo comune, diventano spesso oggetto di odio e idiosincrasie perché quando rientrano nelle valutazioni scolastiche lo fanno proprio a scapito dell’identificazione e dello spazio immaginativo. Al contrario nella biblioteca non ci sono obblighi e costrizioni per un individuo curioso, ma solo la disponibilità di aiuto dei bibliotecari, veri e propri mediatori culturali. è questa l’esperienza di alcuni giovani, di cui raccoglie la testimonianza l’antropologa, che né a scuola né nelle proprie case hanno trovato uno spazio libero per leggere. Non è infrequente infatti che in famiglie, spesso di origine sociale bassa, ci sia una vera e propria paura del libro come perdita di tempo, nonostante ci sia un contrario incoraggiamento anche economico a studiare per migliorare la propria condizione sociale. La paura del libro infatti esiste ancora, e anche se non esistono più roghi di libri (eppure in Afganistan i talebani hanno incendiato diverse biblioteche meno di dieci anni fa) o messe all’indice (l’ultima nota è quella che fece Pinochet contro Don Chisciotte, un libro ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale del Cile), il libro viene avvertito ancora come oggetto che sfugge al controllo, fonte di invidia e proprio perdita di tempo.