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Fanfole di Nicola Villa

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L’Italia a vocazione ottomana

Questo articolo è uscito sull'Indice lo scorso mese:

Aldo-Busi Proclamare il migliore scrittore italiano vivente sta diventando una tendenza sempre più frequente nella critica e nella pubblicistica letteraria, tendenza che forse risponde solo all'irresistibile tentazione di segnare punti fermi all'inizio di un nuovo decennio. Di recente hanno meritato, a ragione, questa gravosa investitura scrittori come Michele Mari, Rosa Matteucci e Alberto Arbasino, ma forse l'unico che si merita una tale formula è colui che si autoproclama “l'intelligenza più brillante e più civile prodotta” dal nostro paese, “cioè un miracolo antropologico”, cioè Aldo Busi, come afferma nel suo ultimo Aaa! (Bompiani, Milano 2010, 156 pagine, 11 euro), raccolta di tre racconti brevi dopo quasi sette anni di lontananza dalla scrittura dello scrittore nato a Montichiari, in provincia di Brescia, nel 1948.

Sono passati venticinque anni dallo sfolgorante esordio di Aldo Busi, quel Seminario sulla gioventù (Adelphi 1984) che è considerato ancora la sua opera più significativa e importante, che rivelò il suo innato e originale talento attraverso il racconto di una dolorosa formazione tra amori e vendette e di una complessa costruzione dell'io. Come racconta Piero Bertolucci, nella nota alla riedizione del romanzo del 2003, agli inizi degli anni settanta il ragazzo che portava i caffè dal bar Pinguino di Milano alla redazione della casa editrice Adelphi, gli fece leggere un manoscritto che aveva iniziato a scrivere da adolescente e che dopo diversi viaggi tra Parigi, Londra, Berlino e New York, ben quattordici riscritture in dieci anni, divenne Seminario sulla gioventù, il romanzo che “avrebbe dovuto aiutare l'Italia (…) a uscire non tanto dalla Controriforma ma almeno dal Settecento”. Seminario è ancora l'opera più significativa di Busi perché presenta una moltitudine di voci che col tempo si sono trasformate in un monologo, a volte raffinatissimo e originale, e, giacché parla di una formazione, ha già esposte alcune costanti della poetica busiana come l'analisi dei sentimenti, l'autodistruzione e la volontà di fare del male, nonché alcune indimenticabili figure femminili.   Dall'esordio in poi Busi ha scritto tantissimo dando alle stampe quasi un libro all'anno e tentando di far coincidere vita e scrittura tramite la sua prosa incontenibile, torrenziale e barocca. Si deve a Marco Cavalli e alla sua monografia (Busi in corpo 11, Il Saggiatore 2005), la sistemazione della pachidermica opera busiana: ben sette i romanzi oltre al Seminario, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, La delfina bizantina, Sodomie in corpo 11, Vendita galline km. 2, Suicidi dovuti e Casanova di se stessi; sei racconti di viaggi tra l'Europa e le più esotiche Hawaii e Australia; sei manuali “per una perfetta umanità”, una sorta di galateo provocatorio e moderno; quindici raccolte di racconti, reportages, saggi; tredici traduzioni da Boccaccio a Lewis Carrol passando per l'amato poeta americano John Ashbery (oltre all'attività di traduttore, per lo più come autodidatta, Busi dirige la collana Classici Classici della Frassinelli). In realtà è lo stesso Busi che in Sodomie in corpo 11 (Mondadori 1999), forse l'opera più sincera e più ricca di intuizioni sulla sua poetica sintetizzata da un famoso sottotitolo “non viaggio, non sesso e scrittura”, un viaggio tra Marocco, Finlandia, Kenia e Tunisia che ha rappresentato il modello per i successivi libri di viaggio, ammette di voler fermarsi a una pentalogia di romanzi e poi “fare la vedova dello scrittore”, curare i suoi interessi, ritirare premi e presenziare a inaugurazioni istituzionali di monumenti. Provocatorie e trasgressive le prime opere di Busi si distinguono proprio per una freschezza e una vitalità dello stile, tra comicità e lirismo, orfismo e citazionismo, che raramente si può trovare in quelle successive. Uno stile che prende le mosse da modelli illustri come Laclos, Mann, Gide, Wilde, Pasolini, Genet e Arbasino (quest'ultimo il corrispettivo aristocratico di Busi, quasi un rivale o un fantasma da non citare mai e non essere citati), perché la scrittura di Busi, come dice Nicola Lagioia quasi un suo continuatore  insieme a Walter Siti, rappresenta quello che sarebbe diventata la letteratura italiana se si fosse seguita la strada intrapresa da Boccaccio o dal Baldus di Teofilo Folengo. Ad esempio nel suo secondo romanzo, Vita standard (Mondadori 1985), una spumeggiante vicenda di vendetta e morte tra la provincia lombarda e l'Europa prossima alla caduta del Muro, Busi riesce a rendere il linguaggio del gretto imprenditore di collant Celestino Lometto, una sorta di dialetto mutato e violento, precursore di quello della pancia elettorale della Lega Nord, e con lucidità delinea descrizioni del nostro Paese ancora attualissime: “L'Italia legale, dall'industria all'università, dalla cultura alla politica, era un immenso bacino geografico di ladrocinii. Si falsificava la vita in tutta omertà per meglio depredarla, asservirla, depistarla”. Non risparmia nessuno Busi che più che far ridere, con pagine di estrema comicità e situazioni grottesche di una materia spesso traboccante, vuole irridere, e non risparmia soprattutto se stesso, l'analisi del suo dolore, la frattura tra autodistruzione e autoconservazione, la sua debolezza di piacersi troppo e di voler dialogare con se stesso e con i lettori in una logica di seduzione letteraria che, col tempo, è mancata di necessità e crudeltà. In Sodomie Busi ammette di essere interessato solo alle persone da cui dipende come scrittore con una frase di una lucidità e di una verità uniche: “stampatori, editori, critici, fotografi, giornalisti, cameramen, presentatori, cioè chi come me ha pochissimo tempo per essere umano”. Se da una parte può risultare simpatica la ricerca sfacciata di divismo mediatico, attraverso anche curiose provocazioni pubbliche anticonformistiche, alla lunga il suo personaggio televisivo ha offuscato lo scrittore: oggi Busi è sicuramente più famoso che più letto, e questo non sarebbe un problema se la fama non avesse intaccato anche il suo talento, cioè il Busi di oggi è solo la versione da giullare dello scrittore di ieri, la vedova dello scrittore appunto. All'inizio l'auto-promozione di Busi poteva essere giustificata come un comprensibile rimborso dopo una vita difficile da emarginato, ma alla lunga il livore dello scrittore-personaggio-pubblico, contro una Cultura che lo ha spesso ignorato e un Paese che non lo merita, si è trasformato in una massiccia partecipazione televisiva, una sorta di vendetta mediatica: in questo senso va letta la sua recente partecipazione all'ennesimo de profundis della televisione italiana, L'isola dei famosi.   

AAA Infatti, tornando all'ultima pubblicazione, i racconti di Aaa!, tre come le tre lettere dell'esclamazione del titolo, non sono esempi validi della miglior arte di Busi ma possono essere testi propedeutici per leggere e riscoprire i primi romanzi (l'ultimo è Casanova di se stessi, Mondadori 2000). Il primo racconto, Il casto, sua moglie e l'Innominabile , era già apparso nella seconda edizione della raccolta Sentire le donne (Bompiani 2008), è una confessione fiume di un'eminenza grigia vaticana, un losco figuro a conoscenza di tutti i traffici politici e economici del Potere nel nostro Paese, che si trasforma in un'invettiva capovolta grazie all'apparizione e all'opera di verità, intrinseca nella scrittura, di Busi stesso: “L'Italia è a vocazione ottomana, finalmente è diventata la Bulgaria degli anni Ottanta e lo resterà per un bel po', ormai ce l'ha fatta”. Il secondo, Gli occhi della badante, è una struggente lettera alla madre morta sull'amore, la bontà, il ricevere, il donare e la solitudine attraverso la storia di un marchettaro immigrato che ricorda Preghiere esaudite di Truman Capote. E infine il terzo racconto, il più irriverente Domanda di lavoro a una Prima Donna, è una domanda di lavoro a Carla Bruni, la Prima Donna francese, un'offerta paradossale di cervello (in fuga) a disposizione della donna più elegante e potente del pianeta, un pretesto per attaccare il degrado del nostro Paese.

Questi racconti, da un altro punto di vista, sono la riprova che tutta l'opera letteraria di Busi è tesa a un'acutezza vendicativa della demistificazione, a una scrittura che si fa vita e infine verità che non lascia scampo. Per la scrittura Busi ha fatto di tutto, si è ridotto anche a vivere come scriveva in Sodomie con l'efficacia metafora dello scrittore mucca, ma facendo questo ci ha regalato anche delle pagine bellissime e dolorosissime come in Vita standard: “Il tramonto qui, in questa gabbia all'aperto, rischia di diventare una decisione interiore e non calare mai, bisogna decidersi ad andare via. Questo torpore delle membra, questa voglia di lasciar perdere tutto e farsi violenza fino a che non esistano più discorsi ma solo preamboli e sbarre confortanti che limitino in vece tua un di qua e un di là a quest'ora bisogna irrorarlo di acqua ghiaccia, prendere su e andarsene, resistere alla malia del torto e della ragione”.