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Fanfole di Nicola Villa

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La battuta perfetta

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“Non temo Berlusconi in sé, ma temo Berlusconi in me” diceva Giorgio Gaber ed è quello che viene da pensare leggendo le pagine di alcuni romanzi che tentano di indagare la trasformazione berlusconiana, culturale e politica, ormai compiuta quasi alla fine del ventennio di continuità al potere. Gli scrittori che riescono in questa impresa letteraria, ben pochi a dire il vero, sono coloro che con umiltà e coraggio si mettono in gioco, hanno un punto di vista riflessivo, non si esimono da un discorso che deve essere per forza pubblico, al di là di falsi eroismi e visioni consolatorie su due Italie contemporanee. Se Spaesamento di Vasta ha un taglio antropologico, addirittura il suo autore è simile a un geologo che scava nel ventre molle del paese presente, l’ultimo romanzo del prolifico Carlo D’Amicis ne ha uno storico-culturale: La battuta perfetta è il racconto di due generazioni, padre e figlio, intrecciate alla breve storia della televisione italiana. Sono Filippo Spinato, intellettuale di provincia del sud assunto dalla Rai prima come autore di “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione che probabilmente ha alfabetizzato il primo pubblico negli anni sessanta, e poi come solerte censore di programmi e pubblicità, e suo figlio Canio, dipendente Finivest prima come pubblicitario e poi autore di battute per il capo dell’azienda quando si decide per la famosa “discesa in campo”, il campo della politica. Come in una lunga lettera al padre, è proprio il figlio che ci racconta la realizzazione di una tragicommedia, la promessa ipocrita di una televisione che ci avrebbe dovuto unire come popolo, e lo ha fatto solo nei consumi, tant'è che il narcisismo, il piacere di piacere, non è più un momento di mistificazione, ma diventa l'estremo e paradossale riconoscimento di se stessi, come se il pubblico fosse diventato uno specchio. Canio spinato vomita tutto il suo odio su un padre che è il simbolo di questo fallimento culturale, e si immedesima completamente e ideologicamente con Berlusconi-figlio degenere e ribelle (si pensi ad alcuni ex-sessantottini al soldo della tv che dicono di star ancora facendo la rivoluzione), che diventa poi Berlusconi-amante di tutta la nazione con la sua carica seducente, e infine addirittura Berlusconi-totem al quale legarsi per tutta la vita religiosamente. “Tutte le tragedie famigliari si trasformano in commedia” è la conclusione e sembra lo stesso per la storia di questo paese, quello di generazioni fratturate ma negli effetti in perfetta continuità. Non è chiaro se D'Amicis abbia saputo decifrare l'algoritmo nascosto alla base dell'homo berlusconienses, ma di sicuro ha saputo fornire con intelligenza alcune intuizioni sulla radice storica di Berlusconi, che è la storia dello spettacolo televisivo del Novecento, ma anche della vecchia classe politica. Il libro sembra avere due momenti ben distinti e il più debole è proprio quello più recente, come se il personaggio di finzione di Berlusconi non potesse competere con il reale, già di per se fiction e virtuale.