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Fanfole di Nicola Villa

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Le crocodile croc Odile

Queneau1
Questo titolo non è solo un calembour ma è anche una citazione da uno dei libri più belli e meno ricordati di Raymond Queneau: Odile. Si tratta di un romanzo scritto nel 1937, di poco più di 130 pagine, poco ricordato e poco citato di fronte a delle opere gigantesche come Zazie nel metro, I fiori blu e Esercizi di stile, eppure denso, nonostante la brevità. È un racconto autobiografico che verte su tre temi: la matematica, il più queneauiano, il congedo dai surrealisti e l'amore. Odile, che dà il titolo al romanzo, è proprio la donna amata, ma è un personaggio secondario, una borghese come il protagonista Roland Travy, alter ego di Queneau, che disprezza le sue origini, bellissima, nobilissima, che però ogni tanto si prostituisce per campare e non dover chiedere i soldi alla famiglia. Se il personaggio di Odile non è al centro è sicuramente il perno, lo scarto di una breve porzione della vita del giovane Travy, la metà degli anni venti, che comincia con la guerra del Rif in Marocco (ancor prima del Fronte Popolare) e continua a Parigi e poi in Grecia. Il romanzo ha infatti un incipit quasi sognante, come se fosse un ricordo confuso, comunque postumo: “Quando questa storia comincia, mi trovo sulla strada che va da Bou Jeloud a Bad Fetouh costeggiando le mura della città. (…) Davanti a me un arabo immobile guarda le campagne e il cielo, poeta, filosofo, nobile”. E questa non è l'unica immagine trascendentale che ricorre. Ma la cosa più appassionante di Odile è la bonaria presa in giro del movimento surrealista, la demistificazione delle parole di quel gruppo e del suo vate André Breton (che nel libro si chiama Anglarès). In una Parigi davvero incredibile, dove ci si incontra nei caffè, dove la polizia fa le retate, il narratore testimonia in prima persona il periodo delle avanguardie sempre con ironia e mai ridicolizzando, eppure c'è da ridere: quando una piccola setta politico religiosa organizza un'evocazione medianica di Lenin, oppure quando Anglarès/Breton vuole scovare un inconscio matematico o legge le sue previsioni bislacche precedentemente imbustate e sigillate. Uno dei momenti più alti è compare una lista di gruppetti politici, intellettuali e di sinistra che i surrealisti vogliono tentare di accorpare alla loro lotta:

“i polisistematici

i co-materialisti fenomenofili

i telepatici dialettici

i simpatizzanti piatilekiani non riformati

gli antroposofi discordanti

i disarmonisti plurivalenti

gli jugoslavi anticoncezionali

i medium paralirici

i fanatici indecisi partigiani dell'ultrarosso

gli spiriti incubofili

i rivoluzionari asimmetrici puri

i polipsichici intolleranti

i terroristi antifascisti filomussionani di estrema sinistra

i fruttariani antipoliziotti

i metapsichici non coordinati

i pararchisti sparsi

la lega per i barbiturici

il comitato di propaganda della psicanalisi per corrispondenza

il gruppo Edouard Salton

i socio-buddisti dissidenti (già nominati)

i fenomenologi annientatori in inattività

l'associazione degli antintellettuali rivoluzionari

i rivoltati nullificatori integrali

i sindacalisti antimassonici iniziati

e trentun gruppi belgi.”

Sembra uno sketch dei Monty Pyton! Ad ogni modo la critica non ha solo visto in questo breve romanzo una formazione sentimentale e politica di Queneau, ma anche una risposta alla Nadja di Breton, col suo mito romantico e irrazionalista della femminilità. Travy è infatti un confuso borghese alla ricerca di autenticità e la febbre, provocata dall'innamoramento per Odile, sarà proprio il mezzo che porterà a questa liberazione intellettuale. Il finale è strepitoso e veloce, come del resto tutti i passaggi del romanzo. Un libro da riscoprire.