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Fanfole di Nicola Villa

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In Cecoslovacchia, cioè da nessuna parte

Gottland

Quando Jarry presentò la sua opera più famosa, Ubu re, disse che era ambientata in “Polonia, cioè da nessuna parte”. Basta sostituire a “Polonia” la “Cecoslovacchia” (l'attuale Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca) per dare un luogo a queste sorprendente romanzo di Mariusz Szczygiel, guarda caso autore di nazionalità polacca: il libro è Gottland, la terra di dio, una quindicina di racconti sulla storia recente di uno dei paesi più sfortunati dell'est, più oppressi e che più ha sofferto prima occupato dai nazisti e poi teatro di uno dei regimi più oppressivi e stalinisti del blocco sovietico. La Cecoslovacchia è un paese che fa parte dell'immaginario occidentale perché ha dato i natali ad alcuni dei più grandi scrittori del Novecento, come il grandissimo Kafka, o come Hrbal e ancora come Kundera, ma è la sua storia che ha influenzato e ha segnato anche al di fuori dei suoi confini: si pensi ad esempio alla “primavera di Praga” o al martirio di Jan Palach nel 1969, fatti che rimangono nel ricordo e nella coscienza comune di molti italiani, ad esempio, ma in modo sfumato e come etichette abbastanza consunte. Forse proprio perché polacco, cioè di un paese vicino e non meno sfortunato, Szczygiel ha quella necessaria curiosità per indagare questa storia, ma il suo non è un procedere per grandi eventi e grandi fatti, il suo racconto va nel particolare, disegnando piccoli ritratti di personaggi secondari, scavando nelle storie dimenticate, raccontando ciò che si è voluto dimenticare. Già dal primo capitolo il taglio scelto è sorprendente: l'ascesa della fabbrica Bata, quella di scarpe famosa in tutto il mondo, e del suo fondatore, raccontata in forma di diario dalla fine dell'Ottocento agli anni novanta, una storia di impresa privata appassionante e negativa perché legata al profitto e disposta ad andare a braccetto con qualsiasi potere. Un tema analogo, quello del rapporto col potere, di un'altra storia raccontata in Gottland, quella dell'attrice Lidia Baarova, amante di Goering, che dopo la guerra fu condannata dall'opinione pubblica e costretta all'esilio per lavorare (la ritroviamo anche ne I vitelloni di Fellini). Accanto a queste vicende esemplari ci sono anche le opere assurde e completamente rimosse, come la statua di Stalin più grande del mondo costruita di fronte a Praga, un complesso scultoreo che portò al suicidio il suo autore Otakar Svec e che venne “demolita con dignità” perché la rimozione dello stalinismo non era avvenuta in modo così traumatico e netto. “Un popolo piccolo per cavarsela in circostanze avverse deve adattarsi a qualsiasi condizione” dice uno dei personaggi di Szczygiel e sembra proprio che il popolo cecoslovacco oscilli tra due condizioni, quella kafkiana e cioè assurda, comprensibile in tutto il mondo grazie alle comuni follie dei poteri statali e delle loro burocrazie, e quella sc'veikiana, derivata da Il buon soldato Sc'veik di Hasek una delle opere più antimilitariste, di adattamento e di sopravvivenza a tutti i costi. C'è molto Kafka in Gottland, e nello specifico c'è un'intervista fallita alla nipote dello scrittore, la dignitosa signora Vera S., silenziosa di fronte alla sovraesposizione dell'immagine turistica dello zio. Eppure ci sono molti scrittori minori in questo libro che vengono ricordati come Jan Prochazha, uno dei più ferventi sostenitori della “primavera”, autore di una sceneggiatura, L'orecchio, sulla polizia segreta e vittima lui stesso delle intercettazioni. O ancora c'è E. Kichberger scrittore di genere che dopo la salita al potere dei comunisti cambia nome, in Karel Fabian, e sposa la nuova narrativa realista rinnegando il passato, a testimonianza del senso di colpa e del trasformismo di un popolo, la sostituzione intesa come rimozione. Il trasformismo è alla base anche della storia che dà il titolo al romanzo: Gottland non è infatti la terra di dio, ma il museo dedicato al più grande cantante pop ceco, ancora in vita, Karel Gott, una via di mezzo tra Elvis e Pavarotti, un cantante buono per tutte le stagioni, che si giustifica a un certo punto dicendo che “è tutt'ora così, anche oggi bisogna andare a braccetto con l'unico pensiero giusto”.

Ma alla fine della fiera che cosa si è veramente letto in Gottland? Un romanzo, un libro di storia, una raccolta di reportage giornalistici. Szczygiel la chiama “letteratura del fatto” (al secondo Salone dell'Editoria Sociale a Roma pochi giorni fa ha raccontato che ha aperto una libreria in Polonia con un suo amico dedicata solo a questa letteratura), ma è anche difficile dire se lui sia uno scrittore, un giornalista, uno storico, un detective o addirittura un archeologo. La scrittura di Szczygiel sembra importante, al di là delle definizioni, per rinnovare il genere giornalistico del maestro Kapuściński, ma a un livello più ampio e europeo. Una narrazione che prevede il grado zero della narrazione, la non intrusione del suo autore, la totale assenza di epica e di eroismo.

 

Gottland di Mariusz Szczygiel (Nottetempo, 19 euro per 314 pagine)